Uomo dei dolori, che conosce il soffrire

a cura di don Massimo Cuofano

Re Francesco che pensa Re Francesco che pensa

Chissà quante volte nel suo lungo esilio, ripensando al passato, alla sua terra, al suo mare, al sole di Napoli, e alla sua gente che amava intensamente, Francesco II avrà ripetuto, nella sua preghiera, il Salmo 21, questa supplica elevata a Dio dall’uomo sofferente e abbandonato. Questo Salmo viene riferito dagli agiografi a Gesù Crocifisso, abbandonato e tradito dai suoi, condannato e caricato della Croce, e che sul Calvario aprendo le sue braccia al mondo, salva tutta l’umanità.

 

Anche lui, povera vittima innocente di un mondo che cambiava, ha subito la prova dei tradimenti, dell’abbandono, dell’amaro esilio, della sofferenza. Eppure ha conservato nel suo cuore limpido e innocente la speranza dei forti.

Ha dovuto provare l’amarezza delle tenebre, e in quell’oscurità che avvolgeva la sua storia, chissà quante volte ha gridato nel suo intimo a quel Dio nel quale aveva posto ogni sua attesa. Anche lui si sarà sentito abbandonato, e quel grido ha squarciato il silenzio e le ombre che avvolgevano la sua esistenza, lui provato nella carne, nello spirito, nel più profondo dell’animo.

 

«Come acqua sono versato, sono slegate tutte le mie ossa. Il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle mie viscere». È proprio la situazione drammatica nella quale si è trovato il giovane Re, tradito, calunniato, svilito, ingannato, e che nell’arsura più angosciante, cercava in Dio la sua forza.


Lui così onesto e sincero, uomo di pace e di grande carità, ha dovuto sentirsi circondato da cani feroci e belve fameliche, che non hanno avuto pietà nel divorare i suoi averi, nello strappargli le vesti, e insieme anche il suo onore e la sua dignità. Contro di lui hanno costruito falsità e calunnie.

Con il Papa Pio IX Con il Papa Pio IX

Giustamente Papa Pio IX, nello scrivergli, metteva proprio in evidenza questa cattiveria atroce, che si era abbattuta su quest’uomo giusto, e gli diceva: “ho veduto la Maestà Vostra tradita da uomini cattivi, o inetti, o deboli”. Eppure tra tanti tradimenti ha saputo conservare pura la sua carità, mai stanca di comprendere, di perdonare, di tendere la mano. Novello Giobbe, così lo chiamava il Papa, proprio perché in questo tormento non ha mai smesso di credere, amare e avere fiducia.

 

Anche lui ha gridato a Dio il suo “perché”, che non diventava dubbio o paura, incertezza o angoscia, ma il grido della speranza. Lui, abbandonato da tutti, schernito per la sua fede profonda, spogliato della sua dignità, amareggiato dalle falsità, ridotto al nulla, ha saputo alzare in alto il suo sguardo, a quel Dio “che lo aveva amato e conosciuto sin dal grembo di sua madre”. In quel Dio ha posto il suo sguardo e ha trovato la sua pace.

Anche per lui si fanno vere le parole del salmista: <<Al mio nascere, a te fui consegnato; dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio>>. Infatti egli conobbe da subito l’amarezza del dolore, trovandosi privato di sua madre, di quella madre santa, che ebbe un solo pensiero, consegnare alle mani di Dio quel suo piccolo tesoro. Perché Dio lo custodisse, gli desse sapienza e luce, lo conducesse alla via della santità.

Quindi nel suo penare egli ha fatto sue le parole dell’apostolo: “se Dio è con noi, chi mai sarà contro di noi?”. E non ha avuto paura di guardare avanti, di vincere le tenebre, di saper perdonare, continuare ad amare.

 

Lo ha fatto con i semplici, quelli che avevano continuato a stargli vicino, avendo per tutti parole di sincera amicizia, di paterno affetto, di comprensione. Ma anche verso i suoi nemici, verso i quali non ha mai avuto motivi di astio, di rancore, di odio. Non ha mai biasimato nessuno. Anzi, sapendo che alcuni di quelli che lo avevano tradito stavano male, si affrettava a fa giungere loro un messaggio di perdono e di carità.

 

Nell’inviare aiuti materiali alla sua gente, non ha mai pensato di distinguere tra i fedeli o i contrari, per lui erano tutti figli eguali.

 

Avrà avuto senz’altro parole di perdono e di commozione anche per quei nemici, che non hanno avuto timore di calunniarlo e tradirlo. Addirittura nel sapere che Garibaldi era stato ferito e arrestato ad Aspromonte, proprio da quei piemontesi ai quali aveva aperto la via per depredare il Regno, provò grande amarezza e pietà per quell’uomo, che da “duce supremo” era stato poi declassato a “brigante”.

 

Davvero l’animo di Francesco II era colmo di “grande pietà e compassione”.

Non poteva non essere così, perché lui che aveva conosciuto la sofferenza, disprezzato e reietto dai grandi del mondo, mortificato, calunniato ed umiliato dal potere dei vincitori, ha saputo sempre rispondere al male con il bene, alle amarezze con il perdono, all’odio con l’amore, fidandosi di quella sola giustizia, quella divina, che “abbatte i superbi e innalza gli umili”, quella giustizia che fa terminare ogni iniquità e ingiustizia, e che fa della Verità e della Carità, la sola via alla liberazione e alla salvezza dell’uomo.