S.M. Francesco II di Borbone, Re delle Due Sicilie

S.M. Francesco II di Borbone, Re delle Due Sicilie S.M. Francesco II di Borbone, Re delle Due Sicilie

Francesco II è l’ultimo Sovrano a regnare sulle Due Sicilie; è con lui che avviene l’invasione del Regno da parte prima dei garibaldini e poi dell’esercito sabaudo, e quindi l’annessione al neonato Regno d’Italia. Il tutto solo un anno dopo la morte di Ferdinando II, avvenuta quando questi aveva solo 48 anni, mentre Francesco si è trovato inaspettatamente sul Trono alla giovane età di 23 anni. 

Era infatti nato il 16 gennaio 1836 primogenito di Ferdinando II e della sua prima moglie Maria Cristina di Savoia (proclamata beata 25 Gennaio 2014), che lo lascerà orfano di madre solo quindici giorni dopo la sua nascita. Sia il padre che la sua seconda moglie, la Regina Maria Teresa d’Asburgo, gli impartirono, con l’ausilio dei padri gesuiti, un’educazione fortemente religiosa, ma non priva di cultura generale, anche se non ebbe mai quella militare di cui era ricco Ferdinando. Per altro, questi gli insegnò sempre l’amore al Regno e i suoi doveri verso i sudditi, che venivano prima di ogni altra cosa, dopo quelli verso Dio, naturalmente. In ogni caso, i rapporti con la matrigna non dovettero essere facili, in quanto, come è anche naturale, ella pensava anzitutto ai propri figli (ne ebbe 11, fra cui il futuro capo della Real Casa dopo la morte di Francesco, Alfonso Maria, Conte di Caserta), ma mai conflittuali; Francesco da parte sua rispettava la Regina, e questa si preoccupava di seguire il futuro sovrano.

Ferdinando gli scelse come moglie Maria Sofia di Baviera, figlia del Duca Massimiliano, sorella di Elisabetta, la moglie dell’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe. Maria Sofia, come tra poco vedremo, si rivelerà, nei tragici giorni della loro vita, una donna eccezionale, mai più dimenticata dai sudditi ed ammirata in tutta Europa.

S.M. Maria Sofia di Wittelsbach, Regina delle Due Sicilie S.M. Maria Sofia di Wittelsbach, Regina delle Due Sicilie

I primi tempi a Corte non furono facili per Maria Sofia, destinata a non intendersi con la Regina; ma aveva al contrario tutta la simpatia del Re, che le era sinceramente affezionato. Il problema fu che proprio con il suo arrivo a Napoli iniziò la malattia che condusse Ferdinando alla morte; l’elevazione al Trono di Francesco e Maria Sofia rese ancor più critici i rapporti con la Regina madre; ma ormai ben altri problemi si stavano preparando all’orizzonte, e Maria Sofia saprà dimostrarsi Regina forte e coraggiosa come poche altre nella storia: il pensiero non può non andare alla Maria Antonietta degli ultimi tempi della sua vita, e anche se a Maria Sofia per fortuna fu risparmiata la tragedia della morte sua e del marito, un più lento dolore le toccò in sorte per tutto il resto della sua lunga esistenza (morirà nel 1925).

Francesco di fatto poté regnare da libero sovrano solo l’arco di un anno; poi dovette occuparsi di affrontare l’invasione del Regno. Eppure già in così poco tempo poté fornire qualche minimale dimostrazione di cosa sarebbe stato il suo regno qualora gli fosse stato concesso di governare serenamente come ai suoi antenati.

Certamente non possedeva la forza di carattere del padre, né, come è ovvio, l’esperienza politica, ma era uomo ricco di bontà e umanità, uomo di profonda fede e senso del dovere verso i sudditi, e specie verso i bisognosi. Univa alla capacità riformatrice dei suoi antenati, ancor più di questi un profondo senso dei doveri religiosi, il che in effetti lo rendeva forse il migliore dei sovrani per i suoi sudditi.

Del resto, la feroce resistenza filoborbonica che avvenne negli Anni Sessanta (si veda a riguardo la voce apposita) e che vide coinvolti decine di migliaia di uomini e donne – come ai tempi delle insorgenze – in armi a difesa dei suoi diritti legittimi, è la miglior riprova di quanto appena affermato.

I Reali napoletani in esilio a Roma I Reali napoletani in esilio a Roma

Fin dalla sua salita al Trono, concesse tante amnistie, nominò delle commissioni apposite per visitare i luoghi di pena e apportare le migliorie necessarie; volle concedere maggiore autonomie locali ai municipi, e diminuì il peso dei legami burocratici; a Palermo e Messina accordò franchigie daziarie, a Catania istituì un Tribunale di Commercio e le Casse di conto e di sconto; condonò in Sicilia gli avanzi del dazio e dimezzò l’imposta sul macinato, abolì il dazio sulle case terrene ove abitava la povera gente e ridusse le tasse doganali, specie quella sui libri esteri; diminuì anche le tasse sulle mercanzie estere, concesse Borse di Cambio a Chieti e Reggio Calabria; ordinò che si aprissero monti frumentari e monti di pegni, e Casse di Prestito e di Risparmio nei paesi che ne erano privi; essendovi stata una carestia di grano, mentre i ribelli già accusavano il Re di voler far gravare il peso sui poveri, egli dava ordine di distribuire a prezzo ridottissimo intere partite di grano estero alle popolazioni, per altro con perdita economica da parte del governo. Creò inoltre cattedre, licei e collegi, e istituì una commissione per il miglioramento urbano di Napoli (aveva in mente a riguardo di costruire mulini a vapore governativi per offrire la macinazione gratuita dei grani, ma l’idea non poté essere attuata per l’arrivo dei garibaldini); ampliò la rete ferroviaria e chiese stretto conto dei ritardi dei privati nelle costruzioni già accordate, e con decreto del 28 aprile 1860 prescrisse l’ampliamento della rete con la linea Napoli-Foggia e Foggia-Capo d’Otranto; poi ordinò le linee Basilicata-Reggio Calabria e un’altra per gli Abruzzi, mentre già pensava anche alla Palermo-Messina-Catania.

Il 1° marzo 1860 prescrisse a tutti i fondi la servitù degli acquedotti, ed evitando così gli impaludamenti favorì l’irrigazione dei campi e quindi la salute pubblica; dispose poi il disseccamento del Lago del Fucino, fece continuare il raddrizzamento del fiume Sarno scavando un canale navigabile, ordinò che si continuassero i lavori nelle paludi napoletane e lo sgombro delle foci del Sebeto. Tutto questo in un anno. Ancora nel 1862, ormai esule a Roma, inviò una grossa somma ai napoletani vittime di una forte eruzione del Vesuvio.

Dopo la caduta del Regno, i Reali furono ospitati a Roma da Pio IX (che ricambiava in tal maniera l’ospitalitá ricevuta da Ferdinando II nel 1848-1850) prima al Quirinale poi a Palazzo Farnese, fino al 1870. In questi anni, essi tentarono dapprima di fomentare la resistenza filoborbonica che stava prendendo piede nell’ex-Regno, ma poi si resero conto che tutto era perduto e non vollero essere causa di altro sangue, di altro odio e dolore.

Privati dei loro beni personali dai Savoia (erano stati sequestrati senza alcun diritto né giustificazione da Garibaldi, non solo i beni immobili, ma anche quelli mobili, che Francesco non aveva voluto portare con sé), essi dovettero spostarsi spesso, e vissero per molto tempo a Parigi, e di tanto in tanto in Baviera nelle tenute della famiglia di Maria Sofia, conducendo vita serena e modesta. In uno di questi viaggi, nel 1894, in pace con Dio, con il prossimo e quindi con la propria coscienza, Francesco II si spegneva ad Arco (Trento). Capo della Real Casa, non avendo egli eredi, divenne il fratello Alfonso Maria di Borbone delle Due Sicilie, Conte di Caserta.

L'invasione del Regno

Battaglia del Volturno, Ottobre 1860 Battaglia del Volturno, Ottobre 1860

Non è certo possibile in questa sede fare una storia del Risorgimento, della conquista del Regno da parte dei piemontesi. Quel che si può dire, è che oggi per fortuna esistono ormai tante ricostruzioni storiche degli eventi di quei giorni molto più serene, veritiere ed oggettive della “versione ufficiale” fornita e propalata in questi 140 anni dalla “vulgata” storiografica risorgimentale. Sono ormai legione gli storici (e non tutti simpatizzanti con la causa borbonica, anzi) che stanno ricostruendo onestamente le pagine tragiche dell’invasione e della conquista del Regno. Ci limitiamo solo a elencare le più accertate ed ormai indiscusse acquisizioni storiche, ben note nel mondo degli esperti, ma ancora del tutto o quasi sconosciute al grande pubblico italiano e non, ancora influenzato dai ricordi di scuola sull’eroica conquista dei Mille fra il popolo meridionale esultante per essere “liberato” dalla “barbarie borbonica”. Tali favole oggi non le racconta quasi più nessuno, eppure sopravvivono nell’immaginario collettivo. Del resto, il lettore che ha avuto la pazienza di leggere attentamente le voci precedenti, si sarà reso conto di quanto sia falsa la “vulgata” antiborbonica, di quanto sia esattamente antitetica alla verità storica.

Non per spirito di polemica, quindi, ma solo come servizio alla verità storica ed alla memoria comune del popolo italiano, ci limitiamo a ricordare le più evidenti, indiscusse (anche se ancora non note a tutti) acquisizioni storiche su tali eventi, rinviando il lettore interessato agli studi appositi dei migliori storici, di cui diamo notizia nella voce Libri Consigliati.

  • Già dagli Anni Cinquanta, ed in particolare nel 1858 con i Patti di Plombières, Cavour aveva preparato, con la complicità di Napoleone III e della Gran Bretagna, e l’aiuto del mondo democratico italiano, l’invasione del Regno delle Due Sicilie, Stato sovrano sette volte secolare, pacifico, amico, alleato del Regno di Sardegna, il cui ultimo Re per altro era cugino del Re Vittorio Emanuele II;
  • Napoleone III appoggiò Cavour nella speranza (poi rivelatasi chimerica) che il Regno andasse a suo cugino Luciano Murat, mentre la Gran Bretagna nella speranza che un nuovo Regno d’Italia, ad essa riconoscente ed amico, potesse contrastare sia la predominanza francese che quella asburgica;
  • Garibaldi, per la sua spedizione, ricevette uomini, navi, ma soprattutto armi dal Regno di Sardegna, mentre i soldi li ricevette dalla Gran Bretagna e dalla massoneria internazionale in grande abbondanza [Si tratta di 3 milioni di franchi francesi (dati a Garibaldi in piastre d’oro turche a Genova prima dell’imbarco) e di 1 milione di ducati (cifre stratosferiche), nelle mani dell’ammiraglio Persano, a cui occorre aggiungere le 300.000 lire-oro procurate a Milano dal banchiere Garavaglia e date direttamente nelle mani di Garibaldi. Cfr. A.A.-V.V., Un tempo da riscrivere: il risorgimento italiano, Mostra di Rimini 2000, Il Cerchio, p. 21. Cfr. anche per tutta la questione l’ottima opera di R. MARTUCCI, L’invenzione dell’Italia unita, Sansoni, Firenze 1999];
  • tali soldi servirono per la corruzione dei più alti ufficiali borbonici, che fin dallo sbarco in Sicilia non combatterono mai seriamente i garibaldini (basti pensare che Garibaldi giunse a Napoli in treno! E con solo qualche morto e ferito in tutto), consegnando vilmente intere fortezze e varie postazioni militari all’invasore; ma servirono anche per la corruzione dei principali uomini di governo, che consigliarono sempre Francesco II nella maniera peggiore possibile, fino ad arrivare all’aperto tradimento, come nel caso, solo per fare il nome più celebre, di Liborio Romano, primo ministro e primo traditore del Re;
  • Cavour diede ordine all’ammiraglio Persano, comandante della flotta sabauda, di seguire da lontano la spedizione di Garibaldi e di aiutarlo qualora tutto fosse andato per il meglio; e così puntualmente avvenne;
  • ugualmente fece la Gran Bretagna, che schierò un’intera flotta in assetto di guerra nel Golfo di Napoli mentre Garibaldi arrivava, chiaro segno di cosa sarebbe accaduto se Francesco II avesse tentato di resistere;
  • mentre Vittorio Emanuele II giurava amicizia al cugino a Napoli e deprecava quanto stava avvenendo, Cavour dava ordine al generale Cialdini di scendere con l’esercito a Napoli per impossessarsi del Regno (per altro invadendo lo Stato Pontificio), e lo stesso Re sabaudo venne al Sud per ottenere da Garibaldi il Regno conquistato (l’incontro di Teano);
  • come è noto, di fronte a quanto stava accadendo, da parte sua Napoleone III, che in pubblico condannava la spedizione come un atto di pirateria internazionale (e come poteva essere altrimenti definita?), di nascosto diede il suo assenso al Cavour con la famosa frase: “Faites, mais faites vite!”, chiedendo però, in cambio del suo “non-intervento”, Nizza e Savoia;

Francesco II, dinanzi ad uno dei più grandi complotti internazionali della storia, e, soprattutto, dinanzi al tradimento dei suoi ufficiali e dei suoi uomini di governo e più vicini e “devoti” consiglieri, comprese che tutto era perduto, ma che occorreva non perdere l’onore e la memoria storica: per evitare spargimenti di sangue di civili, lasciò Napoli, ma si rifugiò nella fortezza di Gaeta, seguito da tutti coloro che volontariamente scelsero di salvare l’onore combattendo dalla parte del legittimo ed amato sovrano aggredito.

A Gaeta

Assedio di Gaeta, scoppio della polveriera Sant'Antonio Assedio di Gaeta, scoppio della polveriera Sant'Antonio

Anche sulla storia dell’assedio di Gaeta, sicuramente una delle pagine più tragiche ed eroiche della storia del Risorgimento, sono stati ormai scritti tanti libri seri ed avvincenti, anche di recente, e ad essi rinviamo per un approfondimento della questione (vedi la pagina Libri Consigliati).

Lasciando Napoli, Francesco II emanò un proclama, l’8 dicembre 1860, di cui riportiamo alcune frasi: «(…) ho preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale per non esporla agli orrori d’un bombardamento, come quelli che hanno avuto luogo più tardi in Capua ed Ancona. Ho creduto di buona fede che il Re del Piemonte, che si diceva mio fratello, mio amico, che mi protestava disapprovare la invasione di Garibaldi, che negoziava col mio governo un’alleanza intima per veri interessi d’Italia, non avrebbe rotto tutti i patti e fatte violare tutte le leggi, per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi né dichiarazioni di guerra. Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure ai trionfi dei miei avversari» [In: "Gazzetta di Gaeta", 9 dicembre 1860, n° 21, p. 1]. Il proclama spaventò il capo della polizia della Luogotenenza Silvio Spaventa, visto che, come testimonia Ruggero Moscati, «produsse larghissima impressione in vasti strati della popolazione meridionale» [R MOSCATI, I Borboni d'Italia, ESI, Napoli 1970, p. 153].

A Gaeta convennero infatti migliaia di borbonici fedeli (contemporaneamente resistevano eroicamente anche le fortezze di Civitella del Tronto – che fu l’ultima a cadere – e Messina), pronti anch’essi a morire in difesa del proprio sovrano [Roberto Martucci riconosce i meriti di Francesco II e denuncia i torti della storiografia avversaria nel dipingerlo come "Franceschiello", e riporta il testo seguente di A. ARCHI (Gli ultimi Asburgo e gli ultimi Borbone in Italia (1814-1861), Cappelli, Bologna 1965, p. 376): "Francesco II fu re nella sventura ancor più che nei pochi mesi di sovranità effettiva: dalle banche non ritirò i suoi depositi, dalla Reggia, più che opere d'arte e di valore venale, portò con sé oggetti di devozione e ricordi famigliari". MARTUCCI, op. cit., pp. 189-190."] e della loro patria e per testimoniare la fede e la civiltà avita e manifestare coi fatti il loro rifiuto di una società corrotta e traditrice alla quale sentivano di non appartenere.

Come già detto, la storia della tragica resistenza della fortezza di Gaeta, assediata da un uomo spietato, è nota, ed esistono pubblicazioni valide che ne forniscono il racconto. L’assedio, iniziato il 13 novembre 1860, durò fino al 13 febbraio 1861. Fu condotto con tale asprezza, che occorre ricordare che Cialdini ebbe l’ardire di far bombardare perfino la stanza dei sovrani, evidentemente nella speranza di ucciderli.

 

S.M. il Re e la Regina sugli spalti di Gaeta S.M. il Re e la Regina sugli spalti di Gaeta

In tal sede, ci si limita a riportare le seguenti commoventi parole di Roberto Martucci, che descrive il tragico clima in cui avvenne l’assedio e specie gli ultimi giorni, e soprattutto descrive lo stato d’animo di chi stava perdendo – tra la fame e la pestilenza – ma sapendo di essere vittima incolpevole di un’aggressione da nessuno desiderata ed eroico difensore non di un Regno, ma di una civiltà plurisecolare, e di chi stava vincendo fra le risa, ma era un riso di amaro sapore: «Il 5 febbraio 1861, un proiettile centrò la polveriera Sant’Antonio, provocando circa cento morti e seppellendo, sotto le macerie, centinaia di soldati vivi. “Il nemico – scrisse Pietro Calà d’Ulloa – faceva un sacrificio di vittime umane agli dei degli inferi; un’ultima esplosione lanciò in aria per poi precipitarli in mare soldati e ufficiali; gli assedianti, a Mola, batterono le mani come a uno spettacolo”» [P. CALA D'ULLOA, Lettres d'un ministre émigré, Marseille, 1870, p. 80].

Dopo una breve tregua per estrarre i feriti dalle rovine, Cialdini rifiutò una proroga che avrebbe consentito di soccorrere le altre vittime ancora vive; il generale sardo volle quindi riprendere il bombardamento, offrendo al tempo stesso una resa senza condizioni alla stremata guarnigione napoletana. Di fronte alla inutilità di un’ulteriore resistenza, Francesco II autorizzò il governatore di Gaeta – che era quello stesso generale Giosué Ritucci che aveva diretto la sfortunata controffensiva sul Volturno – a trattare la capitolazione. Era l’11 febbraio e per due giorni si protrassero i colloqui senza che il generale Cialdini cessasse di rovesciare sulla sventurata fortezza una valanga di fuoco; ne aveva anzi approfittato per far entrare in azione altre due micidiali batterie di cannoni a canna rigata. Visto che la resa era sicura, quell’ulteriore dispiegamento di artiglieria d’assedio era mortalmente inutile. A meno che non ci si trovasse di fronte a quella sindrome magistralmente descritta dal romanziere francese Jules Verne in Dalla terra alla luna, quando gli affranti ingegneri e periti balistici, soci del “Gun club” di Baltimora, appresero con dolore ineguagliato che la fine della Guerra di Secessione impediva di sperimentare l’efficacia dei proiettili dei loro cannoni sulla carne confederata. Fu così che a Gaeta, alle tre del pomeriggio del 13 febbraio, mentre i parlamentari napoletani e sardi stavano discutendo gli ultimi dettagli della capitolazione, saltò in aria la polveriera della batteria Transilvania con le sue diciotto tonnellate di esplosivi. Immediatamente, le batterie d’assedio piemontesi concentrarono il fuoco sulle macerie per impedire i soccorsi, mitragliando i barellieri. Morirono inutilmente due ufficiali, cinquanta soldati e l’intera famiglia del guardiano del bastione. I plenipotenziari borbonici, che stavano trattando la resa nel Quartier Generale di Cialdini, trattennero a stento le lacrime mentre i loro ospiti applaudivano fragorosamente contravvenendo simultaneamente alle regole dell’ospitalità e alle leggi non scritte dell’onore militare».

Cialdini, non ancora soddisfatto, volle anche riuscire sarcastico per umiliare chi aveva avuto il coraggio di resistergli con dignità, e si offrì di fornire con generosità alla coppia sovrana una nave per andare a Roma: ne scelse una che fece ribattezzare “Garibaldi”!

14 Febbraio 1861 - I Sovrani Napoletani lasciano per sempre Gaeta e il Regno 14 Febbraio 1861 - I Sovrani Napoletani lasciano per sempre Gaeta e il Regno

Fra le lacrime dei soldati e degli ufficiali inginocchiati e della popolazione, mentre stringevano le mani a tutti, senza distinzione, fra le lacrime e i sorrisi, Francesco II e Maria Sofia salparono per Roma.

«Francesco di Borbone aveva in quel momento 25 anni, Maria Sofia solo 19, eppure nella sventura seppero dar prova di forza d’animo e dignità che sovrani ben più anziani e temprati di loro non avrebbero posseduto». Commenta Sergio Romano: «Se questi furono i nuovi battaglioni dell’Italia unitaria, la nuova classe dirigente avrebbe dovuto rendere rispettoso omaggio, nel momento in cui assumeva la direzione del nuovo Stato, agli ostinati difensori borbonici di Messina, Civitella del Tronto, Gaeta, e avrebbe dovuto aggiungerne i nomi al “ruolo degli eroi” di cui venerare la memoria. Come gli svizzeri alle Tuileries nel 1792 quegli uomini si batterono perché avevano giurato fedeltà al loro re e non meritavano l’oblio a cui li ha condannati la leggenda risorgimentale» [S. ROMANO, Finis Italiæ. Declino e morte dell'ideologia risorgimentale. Perché gli italiani si disprezzano, Milano, 1994, p. 15].

I Reali lasciarono il porto di Gaeta al suono della marcia reale di Paisiello con 21 salve di cannone, mentre tutto un popolo piangeva e salutava. Il Regno delle Due Sicilie aveva così cessato di esistere, lasciando attoniti e senza patria milioni di contadini meridionali, mentre buona parte dei notabili cittadini si apprestava a chiedere un’adeguata collocazione nel nuovo organigramma politico e amministrativo dell’Italia unita, e già metteva da parte i pochi soldi con cui di lì a poco si sarebbe impossessata delle terre degli aristocratici fedeli e della Chiesa, per poi trarre a rovina economica milioni di contadini che più non conobbero cosa fossero pietà e umanità, e per i quali unica salvezza rimase l’emigrazione.

Ma non è questa la sede per parlare dei mali piombati sul Meridione d’Italia dopo il 1861, per i quali esiste un noto ed a tutt’oggi irrisolto concetto esplicativo che grava come una spada di Damocle sulla storia nazionale unitaria: “questione meridionale”.

Tutti gli storici sono concordi nell’affermare che il comportamento eroico di Francesco II all’assedio di Gaeta valse a riscattarlo dalle sue debolezze politiche, vere e presunte. Potremmo riportare tantissimi commoventi giudizi di storici simpatizzanti; preferiamo invece riportare, a nome di tutti, l’obiettivo e più asettico giudizio di uno storico di valore indiscusso e certamente non filoborbonico. Scrive Giuseppe Coniglio: «Tuttavia seppe, di fronte alla storia, riscattare i propri insuccessi con l’assedio di Gaeta cui partecipò con audacia, per dimostrare all’Europa che sapeva agire, e vi riuscì in pieno, anche se sostenuto dall’esempio e dall’incoraggiamento della moglie. Sarebbe stato facile per i due sovrani fuggire (…) Ma Francesco non volle piegarsi a questa umiliazione e preferì combattere a lungo, ottenendo anch’egli davanti al giudizio degli stessi nemici quell’onore delle armi che ebbero tutti i difensori di Gaeta» [G. CONIGLIO, I Borboni di Napoli, Corbaccio, Milano 1999, p. 460].

Fonti: www.realcasadiborbone.it/

"...I soldati laceri e defaticati, con gli occhi abbattuti, presentavano le armi, e le musiche dei reggimenti suonavano la marcia reale. Quest'inno, opera del Paisiello, durante i bombardamenti si suonò continuamente; ed allora questo pezzo d'armonia faceva un contrasto doloroso col rumore spaventevole delle artiglierie, ma in questo momento solenne queste note, così armoniose e tenere, fecero alta impressione, poiché ricordavano ben altri tempi; talché l'emozione divenne generale e le lagrime sgorgarono dagli occhi di tutti. I soldati, gridando: "Viva il Re", non facevano sentire che suoni rauchi, misti a singulti, e la popolazione, esposta a dure prove durante l'assedio, si precipitò allora sui passi del Re per baciargli chi le mani e chi gli abiti, e parte di essa dall'alto dei balconi, convulsa, agitava i bianchi fazzoletti come affettuoso segnale dell'estremo addio. I soldati si prostravano, singhiozzando, dinanzi al Re, e gli uffiziali, oppressi dallo stesso dolore, si gettavano nelle braccia dei loro soldati, scambievolmente abbracciandosi; e di questi ultimi vi furono molti che, strappandosi le spalline, ruppero le spade e le gittarono al suolo. La commozione era intensa: il Re a stento si potè aprire il varco fra i suoi soldati, fra la popolazione che lo serrava come in un abbraccio: per la prima volta si videro spuntare dagli occhi della Regina le lagrime. Finalmente il Re potè raggiungere la porta di mare e il porto, dove s'imbarcò sulla "Mouette"; quando lasciò il porto, una batteria rese gli ultimi onori al Re. Il rumore del cannone s'innalzò per l'aere come il singhiozzo del moribondo... Le grida di "Viva il Re", innalzate dai connonieri sul momento in che abbassavasi la bandiera napolitana, ci stringevano il cuore; poiché sembravaci quella bandiera un funereo lenzuolo, che si gittava sulla Monarchia di Carlo III, e gli stessi francesi della "Mouette erano commossi come i napolitani". Al passaggio della nave reale davanti alla batteria borbonica Santa Maria " fu eseguita la salva reale di ventun colpi di cannone ed, in segno di saluto, per tre volte fu ammainata la bandiera gigliata sulla Torre d'Orlando. Per sempre..."

Pietro Calà Ulloa - Lettere Napolitane