DALLA DELEGAZIONE CALABRESE

Il giorno 8 dicembre uno dei soci promotori della Fondazione, don Massimo Cuofano, è stato a Paola, per celebrare insieme agli amici calabresi la stupenda festività dell'Immacolata, patrona del Regno delle Due Sicilia, e quindi commemorare il 2° centenario della costituzione del Regno per mezzo di Re Ferdinando I di Borbone.
Un momento solenne durante il quale ha potuto prendere avvio la delegazione calabrese della Fondazione, grazie al delegato locale Roberto Maria Naso Naccari Carlizzi, che con devozione e amore al buon Re Francesco II, si è subito messo in azione.


Durante la bella celebrazione si è perpetuato l'antico rito della benedizione delle sacre Bandiere del Regno.


Ai partecipanti è stato donato un quaderno della Fondazione, con articoli che parlavano di questa solenne giornata.

 

Una voce stonata, legata a qualche "loggia", ha contestato l'evento. La verità storica fa ancora, e forse oggi soprattutto, tanta paura. Volevano ridicolizzare asserendo che un piccolo numero sparuto ha partecipato a questo momento, enorme bugia, perché seppure sempre troppo pochi, vi erano circa sessanta persone alla celebrazione. Ma questo deve spronarci a fare di più, e sempre meglio. Ma soprattutto a restare uniti.

 

Lasciamo il racconto dell'evento al delegato calabrese Roberto Maria Naso Naccari Carlizzi, che lo ha trasmesso con tanta passione.

Paola (CS) 8 dicembre 2016 - Festa dell'Immacolata Concezione, 200° anniversario della Fondazione del Regno delle Due Sicilie - Festa delle Bandiere


La benedizione delle bandiere attinge all’antica tradizione in uso nel Regno delle Due Sicilie che finché è esistito, ogni anno, in questo giorno solenne di festa dell’Immacolata Concezione, patrona delle Due Sicilie, era giorno di festa anche per la nazione duosiciliana e borbonica.


L' antica tradizione vuole che il sacro vessillo borbonico venga utilizzato come tovaglia d'altare: simbolo di una patria, un popolo ed un Re, consacrati a Cristo e a Maria. A Paola (CS) ripercorrendo la tradizione la stessa ritualità e la medesima simbologia è stata utilizzata nella Santa Messa officiata da Padre Casimiro Maio dei PP. Minimi nella chiesa di Maria SS. Assunta e San Giacomo. A concelebrare Don Massimo Cuofano uno dei fondatori promotori della Fondazione Francesco II di Borbone.


Presenti inoltre numerosi sodalizi ed associazioni legate alla Casa di Borbone oltre che al culto della figura di Francesco II tra i tanti, vogliamo segnalare il Delegato Regionale della Calabria della Fondazione Francesco II, Roberto Maria Naso Naccari Carlizzi; il Presidente dell’Associazione Cardinale Ruffo - Calabria Citra Angelo Ciampi; il Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio nella persona del Cav. Domenico Greco.


Cerimonia semplice e suggestiva allo stesso tempo, ricca di significati spirituali dove persone accorse da ogni parte della Calabria e delle antiche province napoletane, hanno voluto rievocare e rivivere l’antico rituale, dove nelle antiche navate è risuonato forte e vigoroso l’inno di Paisiello e la triplice salva di grida: “Viva o ‘Rre” mentre le bianche insegne di Casa Borbone sventolavano agitate dai partecipanti.


La giornata si è poi conclusa dopo il pranzo con la visita al Santuario di San Francesco dove è stato offerto un fascio di fiori alla Statua dell’Immacolata.
Il dogma dell’Immacolata Concezione, lo ricordiamo al lettore, fu proclamato appunto l’8 dicembre 1854 da papa Pio IX, con la Bolla Ineffabilis Deus. 
Tale Bolla fu “figlia” delle insistenti ma sempre amorevoli pressioni di Re Ferdinando II presso cui Pio IX aveva richiesto asilo durante i mesi turbolenti della Repubblica Romana del 1848-49.
Re Ferdinando II desiderava infatti ardentemente mettere sotto la protezione di Maria l’intero regno duo siciliano.


Pio IX trascorse diversi mesi nel Regno delle Due Sicilie finché non si placarono i fuochi rivoluzionari in quel di Roma. Da un primo soggiorno a Gaeta passò poi alla Reggia di Portici, visitò Napoli all’epoca con Londra e Parigi una delle capitali europee più popolose e grandi, visitò anche le Officine di Pietrarsa e quegli insediamenti industriali che facevano del Regno delle Due Sicilie un paese all’avanguardia e moderno. Infatti, con suo grande stupore, ebbe modo anche di viaggiare sulla prima ferrovia della penisola Italia, la Napoli – Portici che già dal 1839 era in servizio.
Questo soggiorno obbligato, lontano dai suoi palazzi romani, concesse l’opportunità al Papa-Re Pio IX di scoprire quanto in tutto il reame duo siciliano fosse forte e radicato il culto dell’Immacolata, ciò fece sì, che qualche anno dopo, l’8 dicembre 1854 proclamasse appunto il dogma dell’Immacolata Concezione.
Grato re Ferdinando II di Borbone donò al Pontefice Romano la statua dell’Immacolata Concezione e tutta la colonna posta a basamento su cui è innalzata e che ancora oggi si trova di fronte all’ambasciata di Spagna a Roma e dove ogni anno in questa solenne ricorrenza la statua viene omaggiata da una corona di fiori direttamente dal Pontefice, che vi ascende grazie all’ausilio di una motoscala dei vigili del Fuoco.


L’ 8 dicembre è anche la data in cui i Regni di Napoli e di Sicilia nella persona di Ferdinando di Borbone (era Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia) furono uniti sotto un’unica corona che diede vita al Regno delle Due Sicilie: correva l’anno 1816 proprio 200 anni fa e Ferdinando divenne Ferdinando I delle Due Sicilie.
Un altro episodio legato all’8 dicembre nella storia del Regno delle Due Sicilie si consuma nel 1856, quando Re Ferdinando II scampò ad un attentato per mano di Agesilao Milano, un saldato che uscito dai ranghi lo colpì due volte con la lama della baionetta. Fortunatamente le ferite non furono letali. A devozione dell’Immacolata Concezione che lo protesse dalla mano assassina, il re volle dedicare una chiesa all’Immacolata Concezione, chiesa che si trova in Piazza Giuseppe Di Vittorio, all’imbocco di Corso Secondigliano a Napoli.
Correva il 1861, 44 anni dopo la proclamazione del regno delle Due Sicilie, Francesco II ne decretava da Gaeta la resa all’invasore sardo piemontese.
La fine di una nazione che fu unita e felice per quasi 750 anni mentre il resto della penisola era divisa ed infelice.
Era il 13 febbraio, pochi mesi prima sotto una pioggia di fuoco nemico era stata festeggiata per l’ultima volta la patrona del Regno delle Due Sicilie e la benedizione delle bandiere. I soldati napoletani per non farle cadere in mani piemontesi, le tagliarono in tanti piccoli lembi e se ne cibarono, come fosse ostia consacrata.
Pochi mesi prima, era il 31 dicembre 1860 questi stessi eroici e valorosi uomini che non si arresero e non scapparono, riscattarono ancora una volta gli atti vergognosi di tradimenti di quei non pochi infidi che praticamente non opposero resistenza vendendosi al nizzardo dei due mondi. Rifiutandosi di abbandonare la piazzaforte di Gaeta per stare accanto al proprio Re, proferirono tali parole:
«Sire, in mezzo ai disgraziati avvenimenti, di cui la tristezza dei tempi ci à fatto spettatori afflitti ed indegnati; noi sottoscritti, uffìziali della Guarnigione di Gaeta, veniamo, uniti in una ferma volontà, rinnovare l'omaggio della nostra fede innanzi al vostro trono, reso più venerabile e più splendido dalla sventura. Cingendo la spada, giurammo che la bandiera affidataci da V. M. sarebbe difesa da noi, a costo del nostro sangue. È a questo giuramento che intendiamo restar fedeli; quali che siano le privazioni, le sofferenze e i pericoli ai quali ci chiama la voce dei nostri capi, sacrificheremo con gioia le nostre fortune, la nostra vita e tutt'altro bene per il successo o pei bisogni della causa comune. Gelosi custodi di quest'onor militare che distingue solo il soldato dal bandito, vogliamo mostrare a V. M. ed all'Europa intera che se molti fra noi ànno col tradimento o viltà macchiato il nome dell'Armata Napolitana, grande fu pure il numero di quelli che si sforzarono di trasmetterlo puro e senza macchia alla posterità.»
Come ultimo atto, nel Proclama di Gaeta dell’8 dicembre 1860, messaggio ai popoli del suo ormai perduto regno, Francesco II così concludeva:
"Preghiamo il sommo Iddio e la invitta Immacolata protettrice speciale del nostro paese, onde si degnino sostener la nostra causa”.
Non andò così, ma il nostro Francesco II cristianamente, mai si perse d’animo e non vendette mai l’onore e la dignità. Piamente nel 1894 si spense lontano dal patrio suolo e dalla sua Napoli che sempre popolò il suo sguardo dolce e mite in quelle Alpi che accolsero i suoi ultimi aneliti di speranza e di perdono a quanti lo tradirono per vile denaro.
«Traditi egualmente, egualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo dalle nostre sventure; ché mai ha durato lungamente l'opera della iniquità, né sono eterne le usurpazioni.»
Morì in povertà abbandonato e dimenticato dai cortigiani, ma rimpianto dal suo popolo che oggi a 155 anni dalla perdita del trono e 122 dalla sua morte ancora lo ricorda con affetto e rimpianto, fu tristemente vero il suo vaticinio:
“Voi sognate l'Italia e Vittorio Emanuele, ma purtroppo sarete infelici. I napoletani non hanno voluto giudicarmi a ragion veduta; io però ho la coscienza di avere fatto sempre il mio dovere, ad essi rimarranno solo gli occhi per piangere”. Quanto amare e veritiere si rivelarono le sue parole.
W o Rre!