Terza Parte LA NASCITA DEL PRINCIPE

Dalla Reggia di Portici, dove la Regina Maria Cristina si trova da diverso tempo per riposarsi nella sua gestazione, nell’imminenza  del parto  si torna ben presto nella capitale, dove tutto è predisposto per la nascita del primogenito del Re. La  città intera freme, e in tutto il Regno si attende con trepidazione quest’evento di gioia.

 

Allo  stesso tempo  nell’animo di tutti, incominciando da Ferdinando, vi è preoccupazione  per  la salute della Regina.  Quel parto sembra difficile, e porta presagi dolorosi  quella  nascita; lei, la giovanissima sovrana, serena pensa  solamente a quell’atteso dolce dono del cielo.

Donna animata da tanta carità; che in questa bellissima città di Napoli, baciata dal sole e che espande il dolce profumo del mare, in questa terra generosa delle Due Sicilie, da subito, ella,  vi aveva trovato accoglienza e felicità; accanto a quel marito, si forse apparentemente burbero e un tantino vivace,  ma tanto amabile e sincero,  il “buon  Ferdinando”, così lo pensa, cosi sempre lo ha chiamato la dolce Regina, che in lui aveva trovato lo sposo fedele,  ma anche l’amico, il compagno di preghiere, che ascoltava sempre i suoi consigli,  il complice nascosto di tante opere di carità.

 

Ed ora, dopo tanta attesa, tante richieste e preghiere, ecco arrivata l’ora di dare alla luce “il sole stesso di Napoli”, quel bambino innocente, l’augusto principe, che un giorno sarebbe diventato Re buono e generoso.

È pallida nel suo letto, ma sempre dolce quel volto accarezzato dalla pace. Il suo cuore, i suoi pensieri, le sue speranze, tutto  è  rivolto a Dio. Donna di  preghiera, altro non può che fidarsi proprio di Lui, di quel Dio, che seppure lei avrebbe voluto servire e pregare nel silenzio di un chiostro, le aveva chiesto, invece,  di essere Sposa, Regina, Mamma.

 

Ecco arrivato il momento, questa mamma sente che il suo frugoletto vuole nascere, ne sente il battito, sente quei piedi scalcinanti che non vedono l’ora di calpestare il  caro suolo di questa sua Patria, sente quelle mani che spingono volendo uscire dal dolce carcere del grembo materno, per respirare f inalmente l’aria di Napoli, di quella sua Napoli amata e sognata.

È un correre veloce, un darsi da fare in quel momento straordinario, mentre il Re nell’anticamera, accompagnato dai membri di tutta la famiglia, che amano intensamente la dolce Reginella, ansiosi aspettano il generoso dono.

 

Angelica creatura, stai mettendo al mondo l’atteso, e sai bene  quanto sarebbe costato quel dono, eppure sorridi… a cosa sorridi creatura di Dio? Sorridi alla vita che esplode, che nasce. Sorridi ad un altro uomo che viene a fare felice la terra, questa nostra terra generosa e fertile, che sempre gioisce per la nascita di un nuovo fiore.

 

Dopo  una lunga nottata il giorno  nuovo è aperto da un vagito, le tenebre si scuotono, e il cielo di Napoli si illumina.

 

È il 16 gennaio 1836, nasce Francesco D’Assisi Maria Leopoldo, il Principe di Calabria.

Nonostante la giornata grigia e piovosa, dall’alto di Castel Sant’Elmo una cannonata rischiara il cielo napoletano, a distesa suonano tutte le campane, da quella del Duomo, dove anche San Gennaro, allegro ed esultante, partecipa a quello straordinario evento.  E poi, come se un eco ne portasse la voce, pian piano tutte le campane risuonano, dalle chiese dei vicoli a quelle delle  periferie,  nelle campagne, nei paesi, e via  via in ogni parte del Regno, perché a tutti giunga la lieta novella di questa felice nascita.

Anche nello splendido santuario di Mugnano, dove appena giunto l’annuncio il Rettore fa suonare a distesa le campane, richiamando a raccolta tutti i devoti della bella santina, si fa festa in questa giornata.  Proprio la piccola martire Filomena ha interceduto dal cielo per questo “figlio del miracolo”, e a centinaia accorrono ai piedi della santa per dire il proprio grazie a Dio. 

A Piazza del Gesù, sotto lo sguardo dell’Immacolata, quella celeste e amata Patrona del Regno,  anch’Ella sorridente e festante per la nascita di questo dolce fanciullo, a migliaia si radunano i popolani con strumenti e nacchere, per cantare, danzare, gioire in quell’ora felice. E nelle Chiese, aperte all’annuncio del felice evento, si canta il Te Deum di ringraziamento, a Colui  che sempre dal cielo guarda questa nostra terra, e le sorride donandoci la vita.

 

Canta nella piccola chiesa dell’Immacolatella  al  Gesù Vecchio  il santo prete don Placido, così devotamente legato a quella Regina beata, a quel generoso re Ferdinando, e da subito al piccolo Francesco, figlio di questa terra di Napoli.

 

Lodano Dio le monachelle di Santa Chiara, di Santa Patrizia, delle Trentatre, le Sacramentine, e di tutti i sacri monasteri della bella Napoli, per questo dono venuto dal cielo, e con il canto dei salmi fanno festa per la nascita del loro amato principino.

 

Canta il buon don Gaetano Errico insieme ai suoi preti, e sono grati all’Eterno Iddio che ha benedetto il generoso Re, loro amico e benefattore,  e la santa Reginella con il dono di quel figlio.

Canta fra Ludovico da Casoria, lui ancora giovanissimo studente, che insieme alla buona Regina sta già realizzando buone opere, certamente in quel frugoletto appena nato già intravede la stessa carità materna.

 

Le strade si colorano, e lungo i vicoli, fino ad allora silenziosi, ecco si animano di voci e rumori, e si canta in questo nuovo giorno, in attesa di vedere il piccolo principe. Tutti accorrono sotto la Reggia a Largo  di Palazzo, tutta illuminata e festante, militari, nobili e contadini, popolani e borghesi, preti e religiosi,  e al coro delle mille e mille voci festose, si accompagna il suono maestoso delle campane della Reale Basilica di san Francesco di Paola.

Finalmente il  Re si affaccia, e mostra al popolo il suo Francesco, e tutti esultano e gridano: Viva o ‘Rre! Viva o ‘Rre! Gridano forte i tanti pescatori di Santa Lucia, i  Luciani  del Re, che amano quel  loro sovrano, che è uno di loro, che parla come loro. Gridano i popolani e le popolane vestiti nei loro abiti da mille colori, e con le loro tammorre esultano in questa giornata. Gridano i bambini, i giovani, i vecchi, accorsi numerosi a Largo di Palazzo. Gridano i preti e i religiosi, che sempre hanno trovato quella porta e quel cuore aperto, e che lodano Dio per il loro principe. Gridano i nobili, unendosi all’unisono a quel popolo festante. Gridano i soldati, uomini forti e tenaci, ma con gli occhi rossi e colmi di commozione.

 

Viva o ‘Rre!  Viva o ‘Rre! E poi la voce si fa più forte, e allo stesso tempo roca dalla commozione, insieme si fondono risate di gioia e pianto. E poi la voce cristallina e felice di uno scugnizzo, un piccolo ragazzo che resta incantato da quel bambino che Ferdinando innalza verso il cielo, e grida nella sua innocenza: Viva o Principe, viva Francesco nostro!

Un applauso, un grido, una sola voce: viva o principe, viva Francesco nostro!

 

Ed ecco che il grigio cielo si fa azzurro, e dopo la pioggia mattutina appare un caldo sole in questo giorno lieto, un sole splendido e bello in questa fredda mattina di gennaio, quasi anch’esso a lodare Dio per questa festa, e subito va ad accarezzare con i suoi raggi il piccolo volto del principe Francesco, va a posare il bacio del cielo sulle gote di quest’ angelo  del Regno di Napoli.

E la Regina, nel suo letto di dolore e di passione, offre, già intravedendo la sua corona di beata, la sua vita per il piccolo Francesco, per questo popolo che Ella ama, per il suo Ferdinando, perché continui ad essere il Padre buono di questo popolo.

 

E ancora sorride, sentendo il suono delle campane, il canto dei popolani, il grido dei fanciulli.   Anch’ella silenziosamente, nel segreto della sua anima, mentre il cuore trabocca di gioia e il suo labbro, seppure sofferente, si allarga al sorriso, grida: Viva il Principe, viva Francesco mio!