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RE FRANCESCO II DI BORBONE (1836 - 1894)

« Io sono Napolitano; nato tra voi,

   non ho respirato altr'aria,

   non ho veduti altri paesi,

   non conosco altro suolo, che il suolo natio.

   Tutte le mie affezioni sono dentro il Regno:

   i vostri costumi sono i miei costumi,

   la vostra lingua la mia lingua,

   le vostre ambizioni mie ambizioni. »

 

                (Re Francesco II di Borbone)

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L'INNO NAZIONALE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

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16 GENNAIO 1836

16 GENNAIO 2019

BUON COMPLEANNO, MAESTA'

 

 

 

1836       -        16 GENNAIO             -         2019

 

BUON COMPLEANNO, FRANCESCO II !

 

 

Il 16 gennaio 1836 nasceva a Napoli da Re Ferdinando II e dalla Regina Maria Cristina (del ramo principale e buono dei Savoia, purtroppo estintisi con Re Carlo Felice)

il Principe Francesco, futuro Sovrano delle Due Sicilie con il numerale di “secondo”.

 

Un uomo segnato dalla sofferenza sin dai primi giorni della sua venuta al mondo.

Infatti a soli quindici giorni venne a mancargli la madre a motivo dei postumi del parto.

Sia il padre che la sua seconda moglie, la Regina Maria Teresa d’Asburgo, gli impartirono, con l’ausilio dei padri gesuiti, un’educazione fortemente religiosa,

ma non priva di cultura generale (era molto ferrato soprattutto nel diritto amministrativo e internazionale), anche se non ebbe mai quella militare di cui era particolarmente ricco Ferdinando.

Per altro, questi gli insegnò sempre l’amore al Regno e i suoi doveri verso i sudditi, che venivano prima di ogni altra cosa, dopo quelli verso Dio, naturalmente.

In ogni caso, i rapporti con la matrigna non dovettero essere facili, in quanto, come è anche naturale, ella pensava anzitutto ai propri figli

(ne ebbe 11, fra cui il futuro capo della Real Casa dopo la morte di Francesco, Alfonso Maria, Conte di Caserta), ma mai conflittuali;

Francesco da parte sua rispettava la Regina, e questa si preoccupava di seguire il futuro sovrano.

 

Ferdinando II gli scelse come moglie Maria Sofia di Baviera, figlia del Duca Massimiliano, sorella di Elisabetta, la moglie dell’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe.

 

Francesco di fatto poté regnare da libero sovrano solo l’arco di un anno; poi dovette occuparsi di affrontare l’invasione del Regno.

 

Eppure già in così poco tempo poté fornire qualche minimale dimostrazione di cosa sarebbe stato il suo regno

qualora gli fosse stato concesso di governare serenamente come ai suoi antenati.

 

Certamente non possedeva la forza di carattere del padre, né, come è ovvio, l’esperienza politica, ma era uomo ricco di bontà e umanità,

uomo di profonda fede e senso del dovere verso i sudditi, e specie verso i bisognosi. Univa alla capacità riformatrice dei suoi antenati,

ancor più di questi un profondo senso dei doveri religiosi, il che in effetti lo rendeva forse il migliore dei sovrani per i suoi sudditi.

 

Del resto, la feroce resistenza filoborbonica che avvenne negli Anni Sessanta e che vide coinvolti decine di migliaia di uomini e donne – come ai tempi delle insorgenze –

in armi a difesa dei suoi diritti legittimi, è la miglior riprova di quanto appena affermato.

 

Fin dalla sua salita al Trono, concesse tante amnistie, nominò delle commissioni apposite per visitare i luoghi di pena e apportare le migliorie necessarie;

volle concedere maggiore autonomie locali ai municipi, e diminuì il peso dei legami burocratici; a Palermo e Messina accordò franchigie daziarie,

a Catania istituì un Tribunale di Commercio e le Casse di conto e di sconto; condonò in Sicilia gli avanzi del dazio e dimezzò l’imposta sul macinato,

abolì il dazio sulle case terrene ove abitava la povera gente e ridusse le tasse doganali, specie quella sui libri esteri; diminuì anche le tasse sulle mercanzie estere,

concesse Borse di Cambio a Chieti e Reggio Calabria; ordinò che si aprissero monti frumentari e monti di pegni, e Casse di Prestito e di Risparmio nei paesi che ne erano privi;

essendovi stata una carestia di grano, mentre i ribelli già accusavano il Re di voler far gravare il peso sui poveri,

egli dava ordine di distribuire a prezzo ridottissimo intere partite di grano estero alle popolazioni, per altro con perdita economica da parte del governo.

 

Creò inoltre cattedre, licei e collegi, e istituì una commissione per il miglioramento urbano di Napoli (aveva in mente a riguardo di costruire mulini a vapore governativi

per offrire la macinazione gratuita dei grani, ma l’idea non poté essere attuata per l’arrivo dei garibaldini); ampliò la rete ferroviaria e chiese stretto conto dei ritardi dei privati nelle costruzioni già accordate,

e con decreto del 28 aprile 1860 prescrisse l’ampliamento della rete con la linea Napoli-Foggia e Foggia-Capo d’Otranto;

poi ordinò le linee Basilicata-Reggio Calabria e un’altra per gli Abruzzi, mentre già pensava anche alla Palermo-Messina-Catania.

 

Il 1° marzo 1860 prescrisse a tutti i fondi la servitù degli acquedotti, ed evitando così gli impaludamenti favorì l’irrigazione dei campi e quindi la salute pubblica;

dispose poi il disseccamento del Lago del Fucino, fece continuare il raddrizzamento del fiume Sarno scavando un canale navigabile,

ordinò che si continuassero i lavori nelle paludi napoletane e lo sgombro delle foci del Sebeto.

 

Tutto questo in un anno.

 

 Ancora nel 1862, ormai esule a Roma, inviò una grossa somma ai napoletani vittime di una forte eruzione del Vesuvio.

 

Dopo la caduta del Regno, i Reali furono ospitati a Roma da Pio IX (che ricambiava in tal maniera l’ ospitalità ricevuta da Ferdinando II nel 1848-1850)

prima al Quirinale poi a Palazzo Farnese, fino al 1870.

 

In questi anni, Francesco II tentò dapprima di fomentare la resistenza filoborbonica che stava prendendo piede nell’ex-Regno,

ma poi si rese conto che tutto era perduto e non volle essere causa di altro sangue, di altro odio e dolore.

 

Privato dei suoi beni personali dai Savoia (erano stati sequestrati senza alcun diritto né giustificazione da Garibaldi, non solo i beni immobili, ma anche quelli mobili,

che Francesco non aveva voluto portare con sé), dovette spostarsi spesso, e visse per molto tempo a Parigi,

e di tanto in tanto in Baviera nelle tenute della famiglia della moglie Maria Sofia, conducendo vita serena e modesta.

 

In uno di questi viaggi, nel 1894, in pace con Dio, con il prossimo e quindi con la propria coscienza, Francesco II si spegneva ad Arco (Trento).

 

Capo della Real Casa, non avendo egli eredi, divenne il fratello Alfonso Maria di Borbone delle Due Sicilie, Conte di Caserta.

 

Francesco II si trovò, giovane e inesperto, a dover fronteggiare una aggressione pianificata in tutti i dettagli e da anni da parte delle maggiori potenze europee e del Piemonte,

con il forte sostegno offerto dalla Massoneria internazionale; un progetto che aveva coinvolto anche i quadri militari e amministrativi del Regno,

facendolo sgretolare in maniera improvvisa. Pochi avrebbero potuto far fronte a un progetto simile e dispiegato con una potenza militare ed economica senza pari nella storia.

 

Già dagli Anni Cinquanta, ed in particolare nel 1858 con i Patti di Plombières,

Cavour aveva preparato, con la complicità di Napoleone III e della Gran Bretagna, e l’aiuto del mondo democratico- massonico italiano,

l’invasione del Regno delle Due Sicilie, Stato sovrano sette volte secolare, pacifico, amico, alleato del Regno di Sardegna, il cui ultimo Re per altro era cugino del Re Vittorio Emanuele II;

 

Napoleone III appoggiò Cavour nella speranza (poi rivelatasi chimerica) che il Regno andasse a suo cugino Luciano Murat,

mentre la Gran Bretagna nella speranza che un nuovo Regno d’Italia, ad essa riconoscente ed amico, potesse contrastare sia la predominanza francese che quella asburgica;

 

Garibaldi, per la sua spedizione, ricevette uomini, navi, ma soprattutto armi dal Regno di Sardegna,

mentre i soldi li ricevette dalla Gran Bretagna e dalla massoneria internazionale in grande abbondanza [Si tratta di 3 milioni di franchi francesi

(dati a Garibaldi in piastre d’oro turche a Genova prima dell’imbarco) e di 1 milione di ducati (cifre stratosferiche), nelle mani dell’ammiraglio Persano,

a cui occorre aggiungere le 300.000 lire-oro procurate a Milano dal banchiere Garavaglia e date direttamente nelle mani di Garibaldi.

(Cfr. A.A.-V.V., Un tempo da riscrivere: il risorgimento italiano, Mostra di Rimini 2000, Il Cerchio, p. 21. Cfr. anche per tutta la questione l’ottima opera di R. MARTUCCI, L’invenzione dell’Italia unita, Sansoni, Firenze 1999);

tali soldi servirono per la corruzione dei più alti ufficiali borbonici, che fin dallo sbarco in Sicilia non combatterono mai seriamente i garibaldini

(basti pensare che Garibaldi giunse a Napoli in treno! E con solo qualche morto e ferito in tutto), consegnando vilmente intere fortezze e varie postazioni militari all’invasore;

ma servirono anche per la corruzione dei principali uomini di governo, che consigliarono sempre Francesco II nella maniera peggiore possibile,

fino ad arrivare all’aperto tradimento, come nel caso, solo per fare il nome più celebre, di Liborio Romano, primo ministro e primo traditore del Re;

 

Cavour diede ordine all’ammiraglio Persano, comandante della flotta sabauda, di seguire da lontano la spedizione di Garibaldi

e di aiutarlo qualora tutto fosse andato per il meglio; e così puntualmente avvenne;

ugualmente fece la Gran Bretagna, che schierò un’intera flotta in assetto di guerra nel Golfo di Napoli

mentre Garibaldi arrivava, chiaro segno di cosa sarebbe accaduto se Francesco II avesse tentato di resistere;

mentre Vittorio Emanuele II giurava amicizia al cugino a Napoli e deprecava quanto stava avvenendo, Cavour dava ordine al generale Cialdini

di scendere con l’esercito a Napoli per impossessarsi del Regno (per altro invadendo lo Stato Pontificio),

e lo stesso Re sabaudo venne al Sud per ottenere da Garibaldi il Regno conquistato (l’incontro di Teano);

come è noto, di fronte a quanto stava accadendo, da parte sua Napoleone III, che in pubblico condannava la spedizione

come un atto di pirateria internazionale (e come poteva essere altrimenti definita?), di nascosto diede il suo assenso al Cavour con la famosa frase:

“Faites, mais faites vite!”, chiedendo però, in cambio del suo “non-intervento”, Nizza e Savoia;

 

Francesco II, dinanzi ad uno dei più grandi complotti internazionali della storia, e, soprattutto, dinanzi al tradimento dei suoi ufficiali e dei suoi uomini di governo e più vicini e “devoti” consiglieri, comprese che tutto era perduto, ma che occorreva non perdere l’onore e la memoria storica: per evitare spargimenti di sangue di civili, lasciò Napoli, ma si rifugiò nella fortezza di Gaeta, seguito da tutti coloro che volontariamente scelsero di salvare l’onore combattendo dalla parte del legittimo ed amato sovrano aggredito.

 

Lasciando Napoli, Francesco II emanò un proclama, l’8 dicembre 1860, di cui riportiamo alcune frasi:

«(…) ho preferito lasciare Napoli, la mia propria casa, la mia diletta capitale per non esporla agli orrori d’un bombardamento, come quelli che hanno avuto luogo più tardi in Capua ed Ancona.

Ho creduto di buona fede che il Re del Piemonte, che si diceva mio fratello, mio amico, che mi protestava disapprovare la invasione di Garibaldi,

che negoziava col mio governo un’alleanza intima per veri interessi d’Italia, non avrebbe rotto tutti i patti e fatte violare tutte le leggi, per invadere i miei Stati in piena pace,

senza motivi né dichiarazioni di guerra. Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure ai trionfi dei miei avversari» [In: “Gazzetta di Gaeta”, 9 dicembre 1860, n° 21, p. 1].

 

Il proclama spaventò il capo della polizia della Luogotenenza Silvio Spaventa, visto che, come testimonia Ruggero Moscati,

«produsse larghissima impressione in vasti strati della popolazione meridionale» [R MOSCATI, I Borboni d’Italia, ESI, Napoli 1970, p. 153].

 

Come già detto, la storia della tragica resistenza della fortezza di Gaeta, assediata da un uomo spietato, è nota,

ed esistono pubblicazioni valide che ne forniscono il racconto. L’assedio, iniziato il 13 novembre 1860, durò fino al 13 febbraio 1861.

 

Fu condotto con tale asprezza, che occorre ricordare che Cialdini ebbe l’ardire di far bombardare perfino la stanza dei sovrani, evidentemente nella speranza di ucciderli.

 

Di fronte alla inutilità di un’ulteriore resistenza, Francesco II autorizzò il governatore di Gaeta – che era quello stesso generale Giosué Ritucci che aveva diretto la sfortunata controffensiva sul Volturno –

a trattare la capitolazione. Era l’11 febbraio e per due giorni si protrassero i colloqui senza che il generale Cialdini cessasse di rovesciare sulla sventurata fortezza una valanga di fuoco;

ne aveva anzi approfittato per far entrare in azione altre due micidiali batterie di cannoni a canna rigata. Visto che la resa era sicura,

quell’ulteriore dispiegamento di artiglieria d’assedio era mortalmente inutile.

 

Fu così che a Gaeta, alle tre del pomeriggio del 13 febbraio, mentre i parlamentari napoletani e sardi stavano discutendo gli ultimi dettagli della capitolazione,

saltò in aria la polveriera della batteria Transilvania con le sue diciotto tonnellate di esplosivi. Immediatamente, le batterie d’assedio piemontesi concentrarono il fuoco sulle macerie

per impedire i soccorsi, mitragliando i barellieri.

 

Morirono inutilmente due ufficiali, cinquanta soldati e l’intera famiglia del guardiano del bastione.

I plenipotenziari borbonici, che stavano trattando la resa nel Quartier Generale di Cialdini, trattennero a stento le lacrime

mentre i loro ospiti applaudivano fragorosamente contravvenendo simultaneamente alle regole dell’ospitalità e alle leggi non scritte dell’onore militare».

 

Cialdini, non ancora soddisfatto, volle anche riuscire sarcastico per umiliare chi aveva avuto il coraggio di resistergli con dignità,

e si offrì di fornire con generosità alla coppia sovrana una nave per andare a Roma: ne scelse una che fece ribattezzare “Garibaldi”!

 

Fra le lacrime dei soldati e degli ufficiali inginocchiati e della popolazione,

mentre stringevano le mani a tutti, senza distinzione, fra le lacrime e i sorrisi, Francesco II e Maria Sofia salparono per Roma sulla nave francese Mouette.

 

«Francesco di Borbone aveva in quel momento 25 anni, Maria Sofia solo 19, eppure nella sventura seppero dar prova di forza d’animo e dignità

che sovrani ben più anziani e temprati di loro non avrebbero posseduto».

 

 

I Reali lasciarono il porto di Gaeta al suono della marcia reale di Paisiello con 21 salve di cannone,

mentre tutto un popolo piangeva e salutava. Il Regno delle Due Sicilie aveva così cessato di esistere, lasciando attoniti e senza patria milioni di contadini meridionali, mentre buona parte dei notabili cittadini si apprestava a chiedere un’adeguata collocazione nel nuovo organigramma politico e amministrativo dell’Italia unita,

e già metteva da parte i pochi soldi con cui di lì a poco si sarebbe impossessata delle terre degli aristocratici fedeli e della Chiesa,

per poi trarre a rovina economica milioni di contadini che più non conobbero cosa fossero pietà e umanità, e per i quali unica salvezza rimase l’emigrazione.

 

Da quella data le Due Sicilie divennero “meridione” e tantissimi mali piombarono su di esse: nacque così, come una spada di Damocle

che grava ancora oggi sulla storia nazionale unitaria, la “questione meridionale”.

 

Tutti gli storici sono concordi nell’affermare che il comportamento eroico di Francesco II all’assedio di Gaeta valse a riscattarlo dalle sue debolezze politiche, vere e presunte.

Potremmo riportare tantissimi commoventi giudizi di storici simpatizzanti; preferiamo invece riportare, a nome di tutti, l’obiettivo e più asettico giudizio di uno storico di valore indiscusso

e certamente non filoborbonico. Scrive Giuseppe Coniglio: «Tuttavia seppe, di fronte alla storia, riscattare i propri insuccessi con l’assedio di Gaeta cui partecipò con audacia,

per dimostrare all’Europa che sapeva agire, e vi riuscì in pieno, anche se sostenuto dall’esempio e dall’incoraggiamento della moglie. Sarebbe stato facile per i due sovrani fuggire (…)

Ma Francesco non volle piegarsi a questa umiliazione e preferì combattere a lungo, ottenendo anch’egli davanti al giudizio degli stessi nemici quell’onore delle armi che ebbero tutti i difensori di Gaeta»

[G. CONIGLIO, I Borboni di Napoli, Corbaccio, Milano 1999, p. 460].

 

La coppia reale a Gaeta diede degnissimo spettacolo di sé, uno spettacolo fatto di amore, abnegazione, devozione,

onore e dignità, senso del dovere e della patria, ma anche di serenità e di affetto per i propri soldati.

 

Gaeta resterà sempre, nella storia dei Borbone delle Due Sicilie, nella storia del Regno di Napoli, nella storia degli italiani e nella storia in sé una delle pagine più ricche di gloria, dignità e onore. L’hanno firmata migliaia di volontari – e, idealmente, anche i volontari che contemporaneamente combattevano, senza neanche i sovrani presenti, nelle fortezze di Messina e di Civitella del Tronto, gli altri due eroici baluardi della resistenza borbonica, espugnati solo con la truce violenza – che hanno apposto la propria firma di sangue e onore a seguire alle prime due, quelle dei giovanissimi Reali, Francesco II e Maria Sofia di Borbone delle Due Sicilie.

 

A PROPOSITO DI RE FRANCESCO II

riportiamo lo stralcio di una sua lettera:

 

"Tremo del mio ritorno in Regno con elementi soli non dissimili da quelli che vi lasciai. Spero se non come Re: come Soldato la guerra;

onde l'onor del soldato napoletano rammentandosi le sue antiche glorie, sappia nel campo ove trovar si deve e sia ovunque, rivendicar le gesta sue, la rinomanza quindi possa".

 

Sono le parole che S.M. il Re Francesco II annota sul suo diario privato la sera del 31 dicembre 1861, circa dieci mesi dopo la sua forzata partenza dalle Due Sicilie.

In questo periodo, come si evince dal testo, Re Francesco II pensava e credeva ancora possibile un suo ritorno in patria, al punto da porsi il problema degli elementi

che avrebbero dovuto collaborare con lui nella ricostruzione della nazione; infatti dichiara di aver timore di quelle persone

(si riferisce chiaramente sia alle alte gerarchie militari che ai quadri statali e amministrativi) che, gattopardescamente, in quei frangenti

avevano prontamente cambiato casacca, mettendosi senza alcun problema di coscienza al servizio dell'invasore piemontese.

 

Ma interessantissima risulta invece l'affermazione di voler, se non come Re almeno come SOLDATO, tornare in patria a combattere insieme ai suoi uomini, per restituire loro dignità e giustizia.

Non va dimenticato che l'esercito napolitano era stato mortificato dai tradimenti dei quadri alti dell'ufficialità e, di conseguenza,

vilipeso dalla pubblica opinione; ancora oggi la storiografia di regime o la vulgata popolare parlano ancora in senso dispregiativo di "esercito di franceschiello".

Re Francesco quindi pensava di poter tornare nel suo Regno, chiamare a raccolta i suoi vecchi e fedeli soldati, riscattando così l'onore dell'esercito e del Regno.

 

Ancora oggi ci sono alcuni che giudicano molto pesantemente e negativamente Re Francesco, definendolo come persona incapace nell'intraprendere azioni militari,

a motivo della forte educazione religiosa ricevuta: queste sue parole ci svelano invece un Francesco diverso, che pensava addirittura di tornare coraggiosamente nel Regno per guidare i suoi.

 

Certamente ricevette un'educazione religiosa che lo influenzò in modo pesante: non è sicuramente facile nascere da una Santa e crescere in un clima di venerazione verso questa mamma,

che non ebbe mai modo di conoscere ma che tutti esaltavano....

Ma alla fine proprio la sua sensibilità religiosa gli permise di esprimere, anche in guerra,

quei valori che resero per sempre l'animus delle Due Sicilie superiore a quello piemontese: da una parte la cavalleria, il rispetto per la parola data, l'attenzione a non martoriare la popolazione civile,

l'aiuto verso i nemici feriti o prigionieri mentre dall'altra parte vediamo doppiogiochismo, insensibilità verso la popolazione e i malati (Cialdini a Gaeta fa bombardare anche gli edifici segnati come ospedali ...), voglia gratuita di violenza (si bombarda Gaeta anche durante le firme della resa...) e tante altre vergognose azioni che contrassegnarono quella che chiamarono la campagna della bassa italia.

 

Rimane il fatto che Francesco qui rivela quel coraggio e quella voglia di riscatto di cui aveva già dato abbondantemente prova durante il terribile assedio di Gaeta.

 

A queste parole non seguirono i fatti, è vero.

Sicuramente gli stretti collaboratori del Re, i suoi consiglieri e le persone che gli erano accanto lo avranno fatto desistere da un’ impresa

che, a loro parere, poteva trasformarsi in un ulteriore disastro.

Purtroppo i collaboratori del Sovrano non brillavano per slanci di coraggio o per azioni avventurose....

 

E' facile dare colpe al Re o alla sua indole religiosa, dimenticando invece le difficoltà che quotidianamente incontrava sia nella sua famiglia

(quanti grattacapi dovrà risolvere a Roma a causa di questa...) che nelle persone che facevano parte della sua corte in esilio.

 

Inoltre in quei mesi la Regina Maria Sofia era tornata presso la sua famiglia per curarsi e riprendersi in salute dopo gli eventi legati all'assedio di Gaeta:

sicuramente, se lei fosse stata presente a Roma, non avrebbe esitato a incoraggiare il Re a dare seguito alla sua volontà di riconquista...

 

Queste parole del diario ci svelano un Francesco II che soffre per la situazione di stallo e di passività che sta vivendo in quei mesi di esilio romano;

un uomo che vuole riscattare l'onore del suo esercito e della sua Patria; un uomo che sicuramente ancora avverte l'atmosfera epica vissuta a Gaeta.

Ci svelano un giovane Re che ancora vuole lottare, vuole combattere, vuole tentare.

 

Un Re diverso da quello che si vuol far credere....

 

RICORDIAMO RE FRANCESCO II ANCHE CON ALCUNI VIDEO REALIZZATI A SUO TEMPO DAL NOSTRO COMPIANTO

 DON MASSIMO CUOFANO

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BUON ANNO NUOVO 2019 DALLA FONDAZIONE FRANCESCO II DI BORBONE

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MANIFESTAZIONE AD ARCO DITRENTO

Sabato 5 gennaio 2019
ore 18,00 Chiesa Collegiata di Arco, 
Santa Messa in ricordo di S.A. Francesco ll di Borbone e di Don Massimo Cuofano

con la rappresentanza della Compagnia Schutzen di Arco delle varie Associazioni Culturali e istituzioni locali.
Invito aperto a tutti.

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GLI AUGURI NATALIZI DELLA FONDAZIONE FRANCESCO II DI BORBONE

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S. MESSA DELLE BANDIERE 2018 A BARI - ESECUZIONE DELL'INNO DELLE DUE SICILIE AL TERMINE DELLA CELEBRAZIONE

MESSA DELLE BANDIERE A BARI 08 DICEMBRE 2018. L'INNO NAZIONALE DELLE DUE SICILIE AL TERMINE DELLA CELEBRAZIONE
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L'INNO DELLA FONDAZIONE IN ONORE DI RE FRANCESCO II DI BORBONE

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PREGHIERA PER LA BEATIFICAZIONE DI RE FRANCESCO II DI BORBONE, UOMO DI PACE E DI SPERANZA

 

PREGHIERA AL SERVO DI DIO FRANCESCO II

 

RE DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

Guardiamo in alto, verso l’infinito,
e con il cuore colmo di commozione,
a te, che ora libero e non più calpestato
contempli l’Eterna Libertà,
ci rivolgiamo, noi, che ancora conosciamo 
l’amarezza di questo esilio.

Stai a noi ancora vicino, tu che conoscesti
il vento della calunnia e
il gelo della delusione,
Che, seppure forzatamente lontano,
non hai fatto mancare a questo popolo
la presenza della tua carità e del tuo cuore.

Tu, che conoscesti le tenebre dell’ingiustizia,
e sulla tua carne ne hai sentito i brividi,
crocifisso anche tu con l’eterno Crocifisso,
e primo, anche tu, accanto ai crocifissi di ieri
e di oggi nella storia della nostra gente,
stendi ancora su di noi la tua mano
di fratello, di padre, di amico, di re.

Veglia su questo popolo, al quale
è stata derubata la memoria,
perché dal tuo silenzioso consumarsi
ritrovi la via della Verità.

Veglia sulle nostre famiglie, tante volte in difficoltà, 
perché non manchi ad esse 
quella Provvidenza nella quale hai creduto.

Veglia sui nostri giovani, a volte disperati,
derubati della speranza e del futuro,
perché sappiano che mai nessuna ingiustizia
può abbattere la volontà di risorgere,
se mantengono viva quella fiamma della fede,
per la quale ti sei donato senza paura.

Veglia sui nostri bambini, innocenti angeli,
che si ritrovano in una società malata,
dove l’egoismo e il potere, la volgare impudicizia,
hanno calpestato la purezza dell’Amore.
Tu che facesti della semplicità la tua bandiera,
guarda questi nostri virgulti,
e non permettere che il male
possa distruggere i loro sogni.

Veglia sulla nostra terra,
da lungo tempo ferita e offesa,
e metti nel nostro cuore il desiderio
di lottare per essa, di non demordere mai
dalla speranza, che è vicino il tempo della rinascita.

Difendila dalle insidie degli iniqui,
e tieni lontano l’immondizia
di questo potere malefico, e guarda 
con particolare predilezione
la nostra gente ammalata, 
i nostri bambini avvelenati
dall’inquinamento di questa nostra terra,
oggi diventata terra dei fuochi, una volta
paradiso del creato.

Riempi con la tua presenza mite
e silenziosa, così semplicemente
discreta e dolce, il nostro cammino,
perché da te possiamo apprendere
che la pazienza e l’amore,
l’unità dei nostri cuori,
potranno ridare vita alla Speranza.

 

(don Massimo Cuofano, Anno  2013)

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