RIFLESSIONE: “Aveva un cuore ricco di compassione”

Abbiamo voluto trattenerci in questo momento di preghiera, con Maria, Madre Compassionevole, che nella sua vita terrena, facendosi compagna del suo Divin Figlio, uomo della sofferenza e della compassione, anch’ella ha incontrato e abbracciato le difficoltà di ciascuno di noi. Quindi nessuno meglio di lei può comprendere le sofferenze, i problemi e i travagli dell’umanità, compatire e soccorrere le nostre necessità.


La riflessione della compassione di Gesù e Maria, ci fa considerare come questa strada è quella maestra per la santità. La compassione è davvero il segno più concreto della carità, perché essa ci rende realmente partecipi della sofferenza dell'altro.


In questa considerazione andremo a riflettere come Francesco II di Borbone, nella sua vita terrena, ha vissuto attraverso la sua esperienza cristiana il valore della compassione, proprio attraverso l’abbracciare la Croce, nella pazienza e nella carità. Abbracciare la Croce, come ha fatto Gesù, che ha voluto dare la vita per noi abbassando se stesso fino all’annientamento di sé . Come Maria, che nel suo Cuore compassionevole e materno, ha abbracciato e condiviso i dolori dell’uomo.


Cosa significa dunque “Compassione”? Certamente non semplicemente dispiacersi degli altri. Ma qualcosa di più grande. Mi viene da soffermare il pensiero all’atteggiamento di Gesù dinanzi al dolore umano. Egli si ferma, ma non un fermarsi di circostanza, di curiosità, o pura pietà. Egli ha“compassione” della sofferenza degli uomini, quindi quel “fermarsi”, diventa condivisione.
Uno scrittore americano, Roud, descrive la compassione come un “anelito del cuore a immedesimarsi e soffrire con l'altro”. La compassione quindi, è l’atteggiamento di chi compenetra totalmente la sofferenza altrui, fino a farsene carico. Essa nasce dalla consapevolezza della grandezza ed eternità di Dio, del suo amore, e dalla consapevolezza della propria povertà e debolezza. Tutti siamo fragili, quindi bisognosi della compassione di Dio, quindi tutti dobbiamo porci in questa dimensione di compartecipazione e misericordia verso il proprio prossimo. Proprio la compassione ci rende capaci di comprendere il dolore altrui, di perdonare la debolezza dell’uomo, di amare fino in fondo. La compassione quindi, è "patire assieme". "Mettersi nei panni degli altri".
Questa considerazione l’ha fatta propria, e l’ha vissuta, Francesco di Borbone, consapevole che Dio lo aveva chiamato, seppure fragile creatura, a quella missione di re. Quante volte lo ha ripetuto a se stesso e agli altri. “Se dipendesse da me rinuncerei a questa corona, ma essa viene da Dio”. Proprio in questa consapevolezza, egli è stato coraggioso nell’abbracciare quella Croce, accolta per amore di Dio e del suo popolo.


Diceva Francesco II: “Tutte le lacrime dei miei sudditi ricadono sopra il mio cuore…”. La compassione nasce dalla capacità di tenere un cuore aperto e disponibile al bene. Proprio in quest’atteggiamento è vissuto Francesco di Borbone, desiderando ed attuando solo il bene nella sua esistenza, anche se esso gli avrebbe causato difficoltà e sofferenza. 


Un vecchio proverbio della nostra gente dice: il dolore è di colui che lo sente, non di chi passa e gli volge solo lo sguardo. Il dolore è una “passione”, e solamente chi lo penetra intensamente può comprenderlo, abbracciarlo, sentirlo interiormente nel proprio cuore. Ecco l’atteggiamento del cristiano, che non sente semplice “pietà” per la sofferenza dell’uomo, ma la partecipa nel proprio cuore, fino a dimenticare se stesso, le proprie ambizioni, i propri problemi, per aprire il cuore agli altri.


Ecco il sentimento di Francesco II, lui, che ha sperimentato la croce delle umiliazioni, delle calunnie, della stessa povertà, perché privato finanche dei suoi beni personali, non pensa a se stesso, alla sua necessità, ma si preoccupa del suo prossimo, del suo popolo, della sua gente. Si lascia completamente commuovere dal dolore e dalla povertà altrui, da dimenticare la sua condizione. Non va oltre il dolore degli altri, dandogli semplicemente uno sguardo sufficiente, ma lascia che quel dolore penetri nel suo cuore, alimenti la sua ansia di bene, diventi offerta della sua vita.

 

“…Io sono Re, e come tale io debbo l’ultima goccia del sangue mio e l’ultimo scudo che mi resta ai popoli miei”. Questa è la visione di vita di quest’uomo. Pronto a commuoversi del dolore altrui, a compenetrarsi fino alle lacrime, a sentire nel proprio cuore la miseria della sua gente, pronto a dare la vita stessa per essa.
Questo è il sentimento profondo di Francesco II, che scaturisce dalla sua maturità umana e spirituale, dal suo essere cristiano convinto e coerente, è questo compenetrarsi nell’altro, caricarsi del dolore altrui, specialmente del suo popolo.


Cosa fa un padre vero se vede il figlio nella prova, nel dolore, della difficoltà. Lo soccorre, si sacrifica per lui, lo aiuta. 
Questa è la vocazione al “bene” di Re Francesco, che nasce proprio dalla sua vocazione di Re, come veniva inteso nel termine classico. Il “Re” è il “Padre” del suo popolo, e quindi deve dargli tutto, anche la vita.


In fin dei conti per Francesco II, che aveva posto il Vangelo come regola della sua vita, il “Re” in assoluto, il “vero Re”, al quale ogni re della terra, ogni governante, ogni uomo politico dovrebbe imparare a somigliare, è Gesù stesso, quel Gesù che ha dato la vita per tutti. A questa regalità guarda Francesco II, che come Padre del suo popolo deve dargli tutto, anche il sangue, anche la vita.
Proprio questo, probabilmente, lo ha caricato di quella sofferenza che è stata causa della sua malattia, del suo invecchiamento precoce, della sua stessa morte.


“Io sono Re, e come tale devo dare fino all’ultima goccia del mio sangue”.


Vocazione sublime alla santità. 


“Gesù amò i suoi sino alla fine… e diede per essi la vita”. Proprio questa visione porta nel suo cuore Re Francesco, quando esprime quelle parole che ho prima citato. 
Non gli fa paura la povertà, l’essere calunniato, mortificato, maltrattato.


Egli guarda a Gesù. 


Fa riflettere una delle sue espressioni. “Sarò povero, come altri migliori di me”, e subito dopo aggiunge, “anche nostro Signore era povero, non aveva neppure un sasso dove poggiare la testa”. Questa è la compassione vera, comprendere e abbracciare la sofferenza degli altri, la stessa povertà, lo stesso essere raminghi e umiliati, l’annullamento completo di se stessi di fronte alla grandezza della carità. Questa è la fede di Francesco II, radicata sulla vera “Roccia”, nella consapevolezza che la sua vocazione più vera è farsi santo, è che la via pèr farsi santo è “amare”, “donarsi”, fare il bene.


Questa compassione, poi, non era solamente verso quelli che lo amavano e comprendevano, verso i suoi amici e familiari, ma proprio per tutti, anche per i suoi nemici. Ha sempre messo da parte il male ricevuto, le mortificazioni, i tradimenti, le umiliazioni, avendo un solo desiderio, “vivere per il Signore”. Non ha mai avuto parole di rammarico o di rancore verso qualcuno, e anche nel dire la verità ha sempre avuto toni sereni e pacifici. In lui sempre e solo il desiderio di costruire il bene.


Ha amato senza finzione, versando davvero lacrime e commuovendosi sinanche per la sofferenza e la morte di quelli che l’avevano offeso, o tradito, o abbandonato. 
L’amore a Dio e la carità verso il prossimo ha sempre avuto il primo posto nella sua esistenza. 


Davvero abbiamo molto da imparare da questo uomo dal cuore grande, ricco di compassione, imitarlo sulla via del bene, e pregare Dio perché presto possiamo vederlo glorificato sugli altari.