RIFLESSIONE: “Questa è la Volontà di Dio: la vostra santificazione

                         a cura di don Massimo Cuofano

Questa è la Volontà di Dio: la vostra santificazione”. Così l’apostolo Paolo, mentre scrive ai tessalonicesi, sprona ciascun credente a realizzare questo piano del Signore. Tutti siamo chiamati alla santità. Questa realizzazione stupenda della nostra vocazione cristiana si realizzerà se noi restiamo uniti a Gesù Cristo, perché in lui Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà [Ef 1, 4-6].

Tutta l’esistenza del cristiano deve dunque indirizzarsi a questa realtà unica e importante.

 

La nostra vocazione di battezzati ci chiama ad una vita secondo il Vangelo, e questa vita dobbiamo viverla coerentemente sempre, in ogni decisione, in ogni passo, in ogni azione, perché viviamo al cospetto di Dio.

 

Francesco II, questo Re buono, che aveva proprio posto come fondamento del suo governo vivere nella Volontà di Dio, compiendo solo il bene, la giustizia e la carità, certamente portava dentro questo desiderio di santità.  Egli, formato da buoni maestri, sentiva fortemente il desiderio di realizzare la Divina Volontà, e il suo agire era anche vivificato dal buon esempio di santità lasciato da sua madre, la Beata Maria Cristina, e dalla preghiera di questa santa mamma,  che ancora  prima di dare al mondo questo figlio, aveva chiesto preghiere alla sua cameriera Rosa Borsarelli, ma certamente a tanti altri, perché, ella ripeteva,  “Iddio e la Madonna mi aiutino, e mi facciano la grazia di mettere al mondo una creatura sana e forte, che crescendo sia buono e col tempo si faccia santo”.

Egli dunque sin dall’infanzia ha avuto questo sentore di essere chiamato alla santità, e si è preparato attraverso una formazione buona, la preghiera, la pratica dei sacramenti e una vita di carità, a realizzare questa chiamata straordinaria.

 

Nelle pagine del suo diario, nelle tante lettere scritte a presuli e ad altri ancora, da giovane principe, da governante, e poi da esiliato, sempre si legge questa sua spiritualità a tener vivo in lui quei sentimenti, che sono proprio di Gesù Cristo:  sentimenti di umiltà e di donazione, di distacco e di generosità. E questi sentimenti si sentivano anche nell’incontro con lui, nelle sue azioni, nelle sue parole.

Attento sempre al bene del suo popolo, ma non solamente quello materiale, che realizzò attraverso opere sociali,  ancor più si preoccupava di quello spirituale. Da questo la sua attenzione alla formazione dei giovani e dei piccoli, all’istruzione culturale e religiosa, ad alimentare lo spirito di devozione.

Ai suoi soldati, anche nel terribile momento di quella guerra non voluta,  ricordava sempre che prima di ogni cosa c’era Dio, dunque di non dover mancare al sacramento della confessione e alla celebrazione della Santa Messa domenicale. È lui, prima di tutti, era attento ad osservare il precetto domenicale. Da qui trovava quella capacità di saper corrispondere in maniera eroica e fedele alla sua vocazione di Re, di guida, di padre. Nell’Eucarestia trovava il compimento di tutte le sue virtù.

 

Ancora più forte era in lui quella virtù principale che porta alla santità, e che nasce proprio dall’unione con Dio. La carità! Dio è Amore, dice l’apostolo Giovanni, e chi vive in lui non può che vivere nell’amore.  Così è stato per Francesco II.

 

Mai nessun sentimento di odio, di cattiveria, di maldicenza, ma sempre un cuore limpido, onesto,  pronto a comprendere, a perdonare, ad amare.

Lo fece da re, quando pur di non vedere spargere sangue innocente, preferisce non lasciare bombardare Palermo, e abbandona Napoli, preferendo mettere la sua vita in pericolo sul Garigliano prima, e a Gaeta poi, piuttosto che vederne distrutta la città e massacrati i napoletani.

O ancora, quando raccomandava al suo esercito di difendere la Patria, ma di non odiare quel nemico,  perché quei soldati che si trovavano dalla parte opposta erano pure loro figli di questa terra “italiana”, anch’essi avevano una mamma, una moglie, dei figli che attendevano a casa.

 

Sentimenti di vera pietà cristiana. E questa pietà non erano solamente parole, ma vita pratica, rispettando e curando i nemici prigionieri e feriti, facendo salvare la vita a quei nemici che stavano in pericolo nel fiume, avendo sempre un riguardo ed una parola buona. Nello stesso ospedale di Caserta, dove operavano i fraticelli di San Ludovico da Casoria, accanto ai soldati napoletani, vengono curati con lo stesso amore i feriti garibaldini e piemontesi.

 

Sentimenti di vera compassione, che con coraggio seppe dimostrare in quei mesi dolorosi dell’assedio di Gaeta, sempre in prima linea, accanto ai suoi soldati, notte e giorno, nonostante il clima freddo, condividendone i  patimenti, la fame, i sentimenti. Rinunciava piuttosto lui, purché non mancasse nulla ai suoi buoni soldati. Ed essi, sino alla fine, ed anche dopo, ebbero sentimenti di affetto, amore e fedeltà a quel giovane e sfortunato re, che si fece loro fratello, loro amico, loro padre, che sempre serbava per loro identico affetto.

Non di meno ha conservato questi sentimenti nel suo esilio. Amareggiato da tante falsità, dai tradimenti, dalle calunnie, dalle persecuzioni, non ebbe mai parole di biasimo o di rancore. La sua sola preoccupazione, la pace e la concordia del suo popolo.

 

Impoverito da quei vili conquistatori, che seppure “parenti” non ebbero vergogna di defraudarlo di tutto, si mantenne onesto e dignitoso. Gli fu proposto di abdicare ai suoi diritti, per poter avere in cambio una parte dei suoi beni. Non accettò, consapevole che quei suoi diritti erano gli stessi del suo popolo, e a quella corrotta proposta, con serenità rispose: la dignità non è in vendita, sarò povero, come lo sono tanti altri migliori di me.  

 

E nel dire queste parole, pensando all’amarezza dell’esilio e della miseria,  aggiunse: anche nostro Signore Gesù non aveva dove posare il capo. E visse con questa dignità fino alla fine.

Non si risparmiò di stare accanto ai sofferenti, e proprio lui, nonostante ne avesse  ricevuto anche qualche cattiva azione, ha assistito la sua matrigna, rischiando il contagio, fino alla morte.

Ha saputo perdonare tutti, e sempre per tutti ha avuto parole di comprensione e di affetto.

 

Un esempio davvero di vita santa,  che ha conservato fino all’ultimo momento. I suoi giorni di esilio nonostante le difficoltà, sono trascorsi tutti nella serenità. Visse i suoi ultimi anni nel nascondimento, nella preghiera, nella pratica dei sacramenti,  nell’accoglienza, nell’attenzione al prossimo, nella carità, nel perdono, non perdendo mai la speranza in quella vera giustizia, che viene solo da Dio.

Questa è la vita dei santi, di quelli che hanno trovato la perla preziosa, e che per essa sono disposti a perdere tutto. Questa è stata la vita di Francesco di Borbone, che  ha saputo fare la Volontà di Dio, perché   “imparò l’obbedienza dalle cose che patì” (Eb 5,8).

 

Con questa consapevolezza, che è quella dei santi,  ha chiuso la sua vita terrena, sapendo di andare al cospetto di Dio,  al soggiorno della sua gloria, dove con adorazione si sarebbe piegato dinanzi alla sua Volontà, per ringraziarlo.