RIFLESSIONE: Le virtù in Francesco II di Borbone

30 luglio 2015

   a cura di don Massimo Cuofano

Durante le tappe periodiche di preghiera, che come Unione di preghiera e carità Francesco II di Borbone  ci siamo prefissi  di vivere, per chiedere al Signore la grazia straordinaria di glorificare anche sulla terra questo uomo  e re di grande elevatura umana, spirituale e morale, ci soffermeremo a riflettere su quelle virtù che conducono il cristiano a raggiungere la santità di vita. E vogliamo riflettere come queste virtù sono state contemplate e vissute nella vita stessa di questo re cristiano, profondamente e coerentemente cattolico.

San Paolo nella sua lettera ai filippesi cosi scrive: « Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri » (Fil 4,8).

 

Quindi l’uomo, che fin dal suo concepimento è chiamato da Dio a raggiungere la perfezione, è continuamente proteso nel suo cammino umano, sociale, spirituale, e ancora di più cristiano, a tendere ad essa. Proprio la pratica delle virtù, cioè quelle qualità specifiche dell’uomo e quella disposizione libera, abituale e ferma dell’uomo a fare il bene, formano questa eccellenza di vita,  che conducono poi l’uomo a questa perfezione o maturità. Queste virtù, che l’uomo è continuamente chiamato a ritrovare e vivere in se stesso,  spingono la persona non soltanto a compiere atti buoni, ma di dare il meglio di sé, cioè di corrispondere con tutte le proprie energie sensibili e spirituali verso il bene, attraverso azioni ed  opere concrete. Proprio perché vivendo queste virtù, egli possa sempre più somigliare a Dio, che ci chiede di farci santi,  come Lui è il Santo.

 

Le virtù sono suddivise in:

 

a)      quelle umani, che sono atti ordinari nella vita dell’uomo, il quale attraverso la propria intelligenza e la padronanza delle proprie azioni,  dirige se stesso verso una vita moralmente buona. Questi atti, che si concretizzano nella sfera umana, sono una via meritevole, che conduce già verso Dio, dunque potenzialmente alla santità;

 

b)      quelle cardinali, che sono quattro: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza; seppure collocate tra le virtù umani ne sono fondamentalmente il cardine (da questo dette cardinali). Già nella Sacra Scrittura queste virtù sono menzionate e lodate;

 

c)      le virtù teologali, alle quali sono radicate quelle umani, e attraverso le quali l’uomo entra direttamente nella vita intima della Santissima Trinità. Esse, che sono la fede, la speranza e la carità, si riferiscono direttamente a Dio, e sono infuse attraverso lo Spirito di Dio nella vita del cristiano, per renderlo capace di agire da figlio di Dio e meritare la vita eterna, e quindi la santità.

 

Come ci insegna la Sacra Scrittura, tutte le virtù si possono realizzare, se noi viviamo nella Grazia di Dio, cioè se realmente facciamo la scelta di Dio e camminiamo sulle sue vie.

 

Rileggendo la vita di Francesco II di Borbone, vissuto già nella memoria della santità di sua madre, la Beata Maria Cristina di Savoia, che in tutta la sua breve esistenza ha cercato sempre di vivere coerentemente la sua vita cristiana, lasciando fortemente in Napoli e nel Regno delle Due Sicilie proprio questa memoria di santità, ed educato alla scuola di maestri eccellenti sia sotto l’aspetto umano, culturale, teologale, essendo stato alla scuola dei gesuiti e scolopi dotti ed eccellenti maestri, ma anche di altri sacerdoti santi come il venerabile don Placido Baccher e San Gaetano Errico, i quali nella corte borbonica erano di casa e ascoltati consiglieri, e molto probabilmente conquistato anche dalla fama del santo francescano Ludovico da Casoria, stimatissimo e ammirato in tutta Napoli, davvero ci accorgiamo dei frutti buoni di questa educazione a quelle virtù umani, morali, spirituali, che hanno fatto di lui un cristiano e re coerente, generoso, disponibile, attento a realizzare il bene, il solo bene.

 

Infatti il Visconte Philippe François Joseph Poli,  uno dei primi che ha lasciato testimonianza di lui, disse:  « Credeva solo al bene quando Dio lo chiamò sul trono».  E proprio nella visione di questo bene che Francesco di Borbone iniziò la sua missione di Re quel 22 maggio del 1859,  preoccupandosi innanzitutto al benessere del suo popolo. Da subito la sua ansia di bene lo portò a importanti progetti per lo sviluppo e il progresso del suo Regno. Ampliò quelle opere atte all’assistenza dei più bisognosi, dei sofferenti, costruendo persino nuovi ospedali. Fece nuove bonifiche e nuovi progetti per ampliare le ferrovie, le industrie e l’economia della Nazione. Organizzò e sviluppò nuove istituzioni scolastiche,  e non fece mancare il suo apporto a istituzioni religiose atte a fare opere di bene.  Il suo modello esemplare di regalità, che sempre ha accompagnato la sua esistenza fino alla morte, è stato quello che viene dal Vangelo, e si sentiva, ed era effettivamente, “lo sposo” del suo popolo, che amò fino alla fine della sua vita, ben oltre la perdita del trono e la fine del Regno. Egli sentiva questa chiamata venuta per Grazia di Dio, quindi era consapevole che l’autorità che aveva ricevuto non era per il potere, per l’ambizione, per arricchire se stesso e soddisfare i propri interessi personali, cosa comune in tanti governanti del mondo, ma per amare e servire il suo popolo.

 

E questo essere “servo”, quest’amore infinito per l’altro, per la sua gente, è rimasto legato alla sua vocazione regale, anche dopo, quando era stato con violenza e iniquità deposto. Diceva sempre: <<Io sono Re, e come tale debbo,  fino all’ultima goccia di sangue e all’ultimo ducato, tutto quello che ho al mio popolo>>. Infatti anche dopo, nella sua vita di nascondimento e silenzio, ha tenuto sempre fermo i suoi propositi di bene, la sua carità profonda,  alimentando sempre più le sue virtù umani e spirituali alla scuola di Gesù, con una vita di preghiera, di sacrificio, di fortezza,  di grande amore.

Le Virtù Cardinali

La Virtù della Prudenza

Portò nel suo cuore gli stessi sentimenti di Gesù Portò nel suo cuore gli stessi sentimenti di Gesù

Nella  meditazione scorsa  abbiamo detto  che le virtù umani, cioè quegli atti ordinari della vita dell’uomo che ne contraddistinguono la bontà, sono già una via ottimale  per il raggiungimento della perfezione, quindi della santità.  L’uomo deve impegnarsi  a  vivere coerentemente , dunque, questi doni che si porta dentro sin dalla sua nascita. Dobbiamo sempre ricordare le parole dell’apostolo San Paolo: « Tutto quello che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto questo sia oggetto dei vostri pensieri » (Fil 4,8).

A cardine  di tutte queste virtù umani, cioè queste attitudini dell’uomo alla bontà, alla saggezza, alla verità, alle cose giuste, al coraggio, all’onore, si  trovano quattro virtù, dette cardinali, che sono fondamentali per il raggiungimento delle altre.

 

Ora rifletteremo sulla prima di esse, che ritroveremo in maniera decisiva e radicale nella vita del buon Re Francesco II.  La virtù della Prudenza.  Una virtù  che purtroppo sembra essersi persa in questi tempi così trasportati verso il rischio, il pericolo, la fretta,  la tentazione di bruciare ogni tappa della vita. Eppure questa virtù è molto importante, ed abbraccia molti comportamenti della nostra esistenza.

Infatti non è difficile sentire in famiglia, nella vita sociale, nei rapporti interpersonali, qualcuno che ci invita  ad essere prudente, nell’uso delle automobili, nel comportamento della vita, nei divertimenti, nell’uso dei mezzi di comunicazione, negli investimenti, nel lavoro, nel matrimonio, nel giudicare, nel parlare, per non correre il rischio proprio di perdersi nei meandri dell’esistenza.

 

Per i filosofi la Prudenza è il retto discernimento delle azioni umane, ed essa quindi deve guidare la vita dell’uomo in ogni momento, tanto più in decisioni importanti. Discernere significa vedere con chiarezza il nostro pensiero e le cose che stiamo per fare,così da prendere decisioni giuste ed  equilibrate.

Il discernimento delle cose devono mettere in funzione quelle qualità positive dell’uomo: il giudizio, l’intelligenza, il buon senso, e anche il sentimento. Nel discernimento non ci si deve far guidare dall’egoismo e dal proprio interesse, ma sempre dall’essere giusto  e  leale, onesto, così da non nuocere né a se stessi, e ancor più al prossimo.

Il cristiano non si ferma alla sola definizione filosofica, ma va nella sfera etica, quindi la Prudenza non è solamente quella virtù che mi apre gli occhi nel discernere una scelta buona, ma è anche l’impegno a valutare ogni mezzo onesto ed idoneo  per raggiungere un fine, che deve essere sempre quello del bene comune. Quindi la Prudenza diventa anche virtù morale, cioè l’abitudine  a fare il bene, a ripetere continuamente atti buoni.

 

Nella dottrina della Chiesa la Prudenza è la prima delle Virtù Cardinali. Proprio attraverso  di essa il cristiano con l’aiuto dello Spirito Santo, riesce a discernere il giusto dall’ingiusto, il bene dal male, trova quindi la strada giusta, la luce e la forza per conseguire la propria salvezza, e quella del suo prossimo. Per il cristiano la via della Prudenza diventa la via stessa del Vangelo, quindi modello di prudenza è Gesù stesso, che ci esorta a vigilare e pregare, prima di qualsiasi decisione. La Prudenza infatti ci evita di essere precipitosi nel giudicare, nel condannare e nel prendere decisioni affrettate, e ci dona il buon senso per non farci cadere nella funesta sfera dell’ira e dell’odio.

Proprio unendoci a Gesù Cristo, nel quale troviamo nella sua santa umanità, sin dalla sua fanciullezza,  in pienezza questa virtù della Prudenza, virtù che lo porta sempre ad essere obbediente alla Volontà del Padre, anche noi, nella nostra umanità, possiamo trovare la forza e il coraggio di portare la nostra  croce, tante volte pesante, ed essere collaboratori del piano di salvezza di Dio per l’umanità.

 

La vera Prudenza, infatti, nasce proprio dal prendere in noi i sentimenti stessi di Gesù, come ci ricorda San Paolo nella lettera  ai Filippesi. Egli, pur essendo Dio, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza divina, ma spogliò se stesso prendendo la natura di servo e divenendo simile agli uomini… egli scelse l’umiltà e l’obbedienza, fino al sacrificio supremo, per poter discernere ciò che era buono e giusto.

 

Proprio  partendo da queste considerazioni dobbiamo ora guardare la vita del nostro Re Francesco II di Borbone, le cui azioni tante volte sono state frettolosamente fraintese e giudicate con il senno del poi, se non con il metro della calunnia e della damnatio memoriae.

La scuola di vita dalla quale proveniva lo avevano indirizzato allo  spirito legittimista, e suo modello di vita è il Vangelo, quindi i suoi alti ideali sono stati sempre la giustizia, l’onestà, il rispetto dei trattati e delle leggi, il rispetto dell’altro, l’ascolto, la tradizione. Proprio questa formazione lo portavano ad essere un Re riflessivo e prudente.  Pur avendo tanti buoni propositi, alcuni dei quali riuscì a realizzare nei suoi primi mesi di regno, proprio questa sua prudenza lo portavano a non distaccarsi del tutto da quello che era stato l’indirizzo di suo padre, ma di discernere serenamente,  e volta per volta ogni questione. Proprio per questo non rinunciava mai ad ascoltare le opinioni e le visioni di tutti, fossero estremamente tradizionalisti,  o anche di opinioni più moderate, o liberali. Ma certamente a fondamento delle sue scelte poneva sempre due realtà per lui importantissime: la Volontà di Dio e il Bene del suo popolo.

Uomo di Fede e rispettoso della Legge, le sue scelte non venivano mai fatte su opinioni imbevute di rivoluzione, di compromesso, di corruzione o di potere, ma si fondavano sulla Regalità di Gesù Cristo, venuto non per essere servito,  ma per servire. Quindi nelle sue scelte non vi si trovano mai i suoi personali interessi, o l’ambizione, che portano sempre l’uomo a competere con l’altro, pur di avere assolutamente il potere. Egli invece mette al primo posto Dio e l’Uomo, quindi ogni decisione doveva essere conforme alla giustizia divina e per il bene della sua gente.

Non è assolutamente, quindi, quel re imbecille o fragile, che la storiografia ha voluto dipingere, ma  tutt’altro.  Si è trovato,  seppure molto giovane, a regnare in un momento difficile e di grandi cambiamenti sociali e morali, dove poteri oscuri e trame di interessi avevano messo gli occhi sul Regno delle Due Sicilie, e dinanzi a queste scelte, piuttosto che il compromesso, ha preferito restare se stesso e fedele ai suoi ideali.

 

Proprio la prudenza cristiana lo portarono a cercare una soluzione pacifica e diplomatica, pur di fermare quella guerra ingiusta ed assurda, una guerra voluta  dalla rivoluzione e dall’ambizione di un altro re. Piuttosto che vedere versato sangue innocente e distrutto tanto bene costruito in 127 anni di regno pacifico,  pur mettendo in seria difficoltà la sua corona, ha cercato attraverso il dialogo, la concessione della costituzione, e anche abbandonando la sua capitale,  di difendere il bene.  Non ha avuto, infatti,  paura di perdere anche la corona, ma suo unico scopo è stato quello di salvaguardare la dignità e il bene del suo popolo. Uomo onesto e rispettoso della legge, per il quale la parola data vale  quanto un  trattato firmato, si fidava dei suoi consiglieri, dei suoi ufficiali e dei diplomatici, come si era fidato dello stesso re del Piemonte o dell’imperatore dei francesi, credendo che la nobiltà fosse esente dalla corruzione.  Per questi motivi è stato ritenuto un debole, ma in realtà le sue decisioni non sono frutto di debolezza, ma  esse sono guidate dal suo alto sentimento di onestà umana, religiosa e politica. E come egli stesse ebbe a scrivere: <<Se l'amore più tenero per i miei sudditi, se la fiducia naturale della gioventù nell'onestà degli altri, se l'orrore istintivo al sangue meritano questo nome, io sono stato certamente debole. […] Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure ai trionfi dei miei avversari>>.

 

Non poteva costruire la sua casa sulla fragile sabbia della corruzione e dei compromessi, ma su quella massima del  Vangelo, che lo porterà  poi ad essere quel cristiano autentico, che seppe guardare più lontano delle miopie del suo  tempo, e che lo tenne sempre fermo ai principi del bene.

Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia”. (Matteo 7, 24-25).

Infatti le tempeste di quella guerra ingiusta, seppure concretamente hanno portato al crollo materiale del suo regno,  non riuscirono altrimenti a distruggere i suoi sentimenti di giustizia, di equità, di amore, di perdono,  di pace, di concordia,  di regalità autentica. È stato un vero coraggioso, perché pur accettando con serenità e umiltà il destino che la storia gli aveva riservato, non abdicò mai alla sua “vocazione” di Re per grazia di Dio, assolvendo fino in fondo, con grande dignità e amabilità, al suo ruolo di “Padre del suo popolo”.

Per questo la regalità e i buoni sentimenti  di Francesco II non si sono esauriti neppure quando perse ogni speranza di riavere il suo trono e i suoi beni, perché essi erano costruiti sulla saggezza e sulla prudenza del Vangelo, e continuarono sempre, fino alla morte. Come il re crocifisso, che anche dal suo patibolo ebbe parole di comprensione, di perdono, di amore, così Francesco II di Borbone,  con lucidità e consapevolezza, come Re,  fino alla fine  a tutti ha raccomandato “la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini” .

 

E in questi sentimenti di bontà e prudenza, silenziosamente, visse fino alla morte, facendo sempre compagni del suo viaggio terreno la Parola di Dio, la Preghiera e i Sacramenti, insieme alla semplicità, all’umiltà e alla speranza di un tempo migliore.

 

Impariamo da lui a fare della prudenza una virtù salutare per il nostro cammino di uomini e di cristiani, affinché le nostre scelte non siano dettate dall’irruenza della fretta, dall’odio, dall’incapacità del dialogo, ma siano sempre espressioni di maturità e comprensione.

La Virtù della Fortezza

Guardando la Croce, volle il bene, e solamente il bene! Guardando la Croce, volle il bene, e solamente il bene!

In questa nuova riflessione andremo a meditare la virtù della fortezza, non certo molto comprensibile in una società ormai rilassata moralmente e spiritualmente, e dove sembra più facile cadere nella trappola dei compromessi e dei propri interessi, anziché restare fedeli al bene necessario.

La fortezza è quella virtù che sostiene il cristiano nel momento della prova, perché egli possa portare a termine il bene, e solo il bene. Infatti non è sempre facile fare il bene, specialmente quando si vedono crollare ideali e lealtà, quindi essa diventa una condizione necessaria per la pratica delle virtù, del proprio  dovere e delle  opere buone. Questa virtù cardinale ci rende  moralmente adulti ed è essenziale ed indispensabile per vivere il Vangelo autenticamente e in pienezza, ossia per essere veri cristiani, soprattutto nelle scelte di vita morale e sociale, dove la fedeltà al Vangelo obbliga ad un vigoroso andare contro corrente.

 

 La Sacra Scrittura ci insegna che il credente,  ma ogni uomo stesso, non può fare affidamento solo alle proprie forze quando si trova in difficoltà, e troviamo spesso che Dio è la nostra roccia (cfr. Sal 62,3; Is 26,4), è lui la nostra fortezza (cfr. Es 15,2; Sal 48,4).   Basta ricordare l’episodio di Pietro, che aveva giurato di non abbandonare Gesù nell’ora della prova, ma egli si era fidato di se stesso, e dinanzi alle minacce ha rinnegato il bene. Solamente quando lo Spirito Santo ha infuso in lui la sua forza, egli ha potuto testimoniare con coraggio la sua fede, ed è diventato il pastore  dei pastori.  Dunque È DIO CHE CI DÀ LA FORZA (cfr. Dt 8,18; Sal 29,11), e con lui possiamo essere vittoriosi nelle avversità e nelle tentazioni.

 

La fortezza non è spavalderia, avventatezza. Non è forte (in senso cristiano) colui che, senza riflettere e senza discernere, si espone sconsideratamente al pericolo fisico o morale, ma colui che, dopo una giusta valutazione delle cose, sa affrontare fatiche e dolori per realizzare il bene. Colui che non  si perde d’animo nemmeno di fronte agli insuccessi,  ed è irremovibile nel portare a termine la sua missione, costi quel che costi.

Gesù stesso diventa il modello essenziale della fortezza, perché in tutta la sua vita, seppure si è trovato in molte difficoltà, ma specialmente nell’ora della passione  e della morte,  ha saputo mantenere ferma la sua fiducia nel Padre, che proprio attraverso “la Croce” realizzava il suo piano di amore per l’umanità.

Ai credenti Gesù, proprio dando se stesso come modello, chiede questa fortezza, che è la capacità di non allontanarsi mai dalla verità, dalla giustizia, dalla volontà di fare il bene. Costa tutto questo, tanto è vero che Gesù dice ai suoi: <<Se qualcuno vuol venire dietro a Me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua>> (Mt. 16,…)

Il cristianesimo non è adattarsi ai compromessi e alla vita facile, ma il cristiano deve essere “luce del mondo e sale della terra”, cioè l’uomo delle scelte coraggiose.

La fortezza cristiana esclude la temerarietà, la violenza e la spregiudicatezza, cioè quegli atteggiamenti che non dimostrano rispetto alla lealtà e al buon senso. Essa, invece, vuole rivestirci di quelle virtù che ci fanno vivere realmente lontani dalle cattiverie, dall’odio, dalla vendetta, che ci fanno fare scelte ardue e generose, che ci rendono  santi, cioè  “ perfetti , com’è perfetto il Padre che è nei cieli”.

 

 

Come uomo, come cristiano e come re, Francesco II di Borbone ebbe sempre vivo questo desiderio intimo della santità, e per questo nelle sue scelte ha messo come fondamento la vita buona del Vangelo. Seguire il Vangelo significava restare fedele a quei principi etici e spirituali ricevuti dalla vera tradizione, i quali doveva conservare e difendere.

Questi principi li troviamo in tutta la vita di Francesco II, che sentiva fortemente quei doveri propri del Re cristiano, che ha ricevuto quella corona per grazia di Dio e per il bene del suo popolo. Questi principi si fondano proprio sui due essenziali comandamenti della carità: amare Dio con  tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze; e amare il prossimo come se stesso.  Si concretizzano nella vita del giovane Re, ma anche nella sua età matura, attraverso impegni precisi: mettere al primo posto l’amore e la fedeltà  a Dio, al Papa e alla Chiesa; avere sempre un cuore buono, disponibile alla pietà e alla compassione; essere saggio e diligente in ogni scelta, preferendo sempre il bene comune alle proprie ambizioni, e  avendo sempre verso il suo popolo grande benevolenza; avere sempre una coscienza limpida, veritiera, capace di comandare con autorità e rispetto, perché le sue scelte dimostrino giusto giudizio e bontà.

Tanto facilmente la storia ha fatto passare questo Re buono come un debole, un inetto, ma invece la sua esistenza e le sue scelte ne mostrano tutta la tenacia e la fortezza di un Re coscienzioso.

Qualcuno ha scritto che è stato esitante, fatalista, indifferente, sentendo la “corona” come un peso, creando un’immagine di questo Re tutt’altro che reale. Invece la sua limpida coscienza e la sua formazione, educazione e religiosità, ne fanno un “Re santo, grande, eroico e benigno”, che nella testimonianza di un suo contemporaneo, il barone Tristano Lambert, può essere paragonato a San Luigi di Francia e San Ferdinando Re.

 

Per Francesco II quella “corona”  è paragonata alla Croce di Cristo, abbracciata e portata, seppure con riluttanza, per amore e con grande responsabilità. In una conversazione riportata da Pietro Calà Ulloa, egli ha detto: <<Se io non fossi Re, se non fossi responsabile della mia corona, verso i miei popoli e verso la mia famiglia,  già da lungo tempo ne avrei deposto il fardello>>. Proprio in queste parole si leggono la fortezza e la volontà di un grande Re, che ha la consapevolezza di aver ricevuto una grande missione, che dovrà portare nella sua carne fino alla morte.  Infatti anche nel suo esilio, seppure sentiva fortemente la sofferenza  e la prova, non ha mai smesso di sentire questa sua missione di “Padre  del suo popolo”. Tenendo sempre viva  la sua attenzione e preoccupazione per la sua gente, continuamente diceva: <<Io sono Re, e come tale io debbo l’ultima goccia del sangue mio e l’ultimo scudo che mi resta ai popoli miei>>.

 

E non scappò dinanzi a questa sua responsabilità, non pensò ai suoi interessi, ma solamente a ciò che avrebbe giovato al suo popolo. Le accuse di debolezza, di inadempienza, di incertezze, così facilmente espresse da tanti “storici”, diventano invece, paradossalmente, le prove più evidenti di questo suo essere “Padre”. All’indomani dell’invasione garibaldina,  preferì perdere la Sicilia, piuttosto che far bombardare Palermo e portare sofferenza al popolo siciliano. Lasciò la sua amatissima Napoli, piuttosto che vederla distrutta da quella  guerra feroce. Non lasciò il suo regno, portando con sé beni e ricchezze, neppure i propri beni personali, preoccupandosi solamente di difendere l’autonomia e l’indipendenza del suo popolo.

Dimostrò la sua pietà e grande compassione dinanzi a quegli uomini, che seppure si erano presentati come agguerriti nemici, lui considerava “fratelli”, e mai ebbe per essi atteggiamenti di odio. Basti pensare che, all’indomani di una vittoria sul Garigliano, nell’accorgersi che alcuni soldati avversi stavano annegando nelle acque del fiume, ordinò che fossero portati in salvo. Ecco la fortezza e la carità di un vero cristiano.

 

Non accettò mai i compromessi, abdicando alla sua missione di Re in compenso di privilegi e  ricchezze, seguendo in tutto la sorte del suo popolo, preferendo restare povero ed esiliato, ma dignitoso e onesto.  E quanto coraggio, pazienza e fortezza ha dimostrato nell’eroica difesa di Gaeta, nella dignitosa vita di esilio, nell’accogliere le diverse prove della vita. Il Beato  Pio IX  diceva di lui essere il novello Giobbe, proprio per tanta forza e pazienza.

 

I suoi sentimenti sono alti e la sua fede profonda, e nonostante tutto il male che questa nuova concezione della vita portava , nel suo cuore di Re restano solamente fermi quei sani e santi  propositi, per i quali ha sacrificato tutto se stesso: la pace, la prosperità  e la concordia della sua gente. È rimasto fermo e fedele nei suoi propositi, anche se tradito e umiliato, volendo fino in fondo vivere quel progetto fondamentale che aveva dato alla sua regalità: il bene, e solamente il bene!

La Virtù della Giustizia

Visse nella carità, nell’equità, nella ricerca della giustizia. Visse nella carità, nell’equità, nella ricerca della giustizia.

Seguendo il nostro percorso sulle virtù cardinali, troviamo la virtù della giustizia. Essa è importante  nella vita cristiana, perché riguarda non solo la sfera spirituale, ma anche sui doveri  che ciascuno ha nei confronti della società, del proprio simile, della storia. Essa è la virtù che regola e  difende l’ordine sociale.

 

Il giusto è colui che sa dare a ciascuno  il suo, cioè che si preoccupa di saper distribuire nella  vita personale i propri doveri verso Dio, verso se stesso, verso il prossimo, verso le realtà che lo circondano.

 

A base della giustizia vi è proprio l’ordine e il diritto. Studiando da vicino la vita di Francesco II di Borbone, anche attraverso il suo diario e le sue relazioni, ritroviamo in lui proprio come bene fondamentale la ricerca di una vita ordinata e precisa. Questo nasce dalla consapevolezza di essere nella società l’immagine di quel Dio, che è armonia, precisione, perfezione. Inoltre è conosciuta la sua formazione e preparazione al diritto, proprio perché nell’ottima pratica della Legge egli intravede la costruzione di una società perfetta e giusta. Ma da cristiano il suo concetto di diritto va oltre il legalismo, per lui la giustizia è una virtù morale, quindi legata a Dio stesso, alla sua parola, alla ricerca di ciò che è bene, equo, onesto, santo.

 

Infatti non basta ritenersi giusti solamente perché si è rispettosi delle norme e delle regole, perché non si compiono azioni malvagie, ma il vero giusto è colui che opera il bene.

 

Proprio la ricerca del bene, e vivere, attraverso l’aiuto della Grazia, nel bene, ci permette di raggiungere quella perfezione, che trova la sua realizzazione nella santità di vita.

In Francesco II questa ricerca del bene, e viverlo coerentemente, parte proprio dal suo rapporto con Dio.

 

Nella Sacra Scrittura il giusto è colui che vive nel timore di Dio. Timore non è inteso come paura, ma come rispetto e pratica di quel bene che Dio ci chiede. Guardando a questo buon re e alla sua vita, possiamo proprio rileggere quella bellissima espressione che troviamo nel Salmo 112: << Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti.  […..] …la sua giustizia rimane per sempre. Spunta nelle tenebre come luce per i giusti, buono, misericordioso e giusto>>. Sin da piccolo, anche nella memoria della santa mamma, e attraverso la guida dei suoi maestri, Francesco di Borbone è stato sempre riflessivo e molto attento a comprendere e vivere la Parola di Dio. Proprio in essa trova quella luce e quella serenità, che lo porteranno ad essere forte nella tempesta,  e vivere una vita dignitosa e giusta.

 

Modellandosi proprio a Dio egli ha saputo praticare quella giustizia autentica, che è superiore a quella praticata dagli uomini. La giustizia di Dio non si lascia prendere dall’ira e dall’odio, ma sempre dalla comprensione, dal perdono e dalla misericordia.

 

In questa linea si giustificano e si comprendono certe scelte morali di Re Francesco II, che sono sempre guidate dalla carità e dal rispetto dell’altro. Seppure quell’altro gli era “nemico”, era comunque “figlio di Dio”, allora andava rispettato, e anche difeso.

 

Fare la guerra per lui è stata una necessità imposta, ma il suo spirito e la sua formazione pacifista lo tenevano lontano da ogni aspirazione di odio.  La stessa guerra, nello stile del “mondo antico”, non doveva essere mai sopraffazione, ma solo difesa. Proprio per questo, trovandosi dinanzi a nemici indeboliti dalla battaglia o in pericolo, non solo ne vietava qualsiasi accanimento, ma li faceva anche sollevare ed aiutare.

 

È successo nei pressi di Caiazza, dove fece soccorrere i piemontesi che stavano annegando nel  fiume. Oppure a Gaeta, quando fece passare inerme una nave nemica, rimasta ferma nel golfo. Come diverso è lo stile di questo Re giusto, che non ama la corruzione, il tradimento e l’inganno, ma che, “affamato e assetato di giustizia”,  nel dialogo e nella giustizia  vuole costruire il bene.

 

Mai si è preoccupato di mettere al primo posto se stesso, le proprie vanità, le proprie ambizioni, la ricerca della ricchezza e del potere, cose che, proprio rifacendosi a San Paolo, riteneva spazzatura. Lui era Re per  “grazia di Dio” e per  “servire il popolo”.  Allora la sua ansia è stata quella di essere, fino alla morte, quel “padre” giusto, che non fa preferenze, che ama tutti i suoi figli, e che per loro è pronto al sacrificio, alla rinuncia, persino alla morte.

 

La sua memoria resta per questo una testimonianza di vita cristiana autentica, vissuta nella carità, nell’equità, nella ricerca della giustizia.

 

Potremmo anche per lui recitare le parole del santo Papa Gregorio VII: <<Amai la giustizia, odiai l'iniquità e per questo muoio in esilio>>.

La Virtù della Temperanza

Tutto il bene che c’era in lui veniva da Dio Tutto il bene che c’era in lui veniva da Dio

Continuiamo la nostra riflessione sulla vita e le virtù di Francesco II di Borbone, questo sovrano buono che in tutte le sue scelte ha saputo mettere Dio al primo posto. Abbiamo cominciato a riflettere sulle virtù cardinali, che sono la base e il fondamento di vita di tutti quelli che appartengono a Cristo. Tra questi troviamo proprio questo re, che nella sua scelta di governo aveva posto due realtà fondamentali per la sua vita di governante cristiano: la giustizia e la carità.

La meta che si era prefisso è l’Amore, perché in esso Dio rende vitali in noi le virtù. Egli dunque ha guardato a Dio come modello del suo agire e del suo essere, amandolo con tutto il cuore e con tutte le sue forze, e allo stesso tempo ha amato il suo prossimo con lo stesso amore di Gesù.

Le virtù cardinali dunque ci guidano a vivere secondo Dio, senza prendere strade sbagliate, e senza tentennare nella scelta del bene. Vivere secondo Dio significa fare il  bene.

 

Abbiamo riflettuto sulle prime tre virtù, e ci siamo resi conto che lui ha vissuto la virtù della Prudenza, sapendo valutare ogni cosa con lo sguardo di Cristo, scegliendo sempre il bene migliore. Si è rivestito della corazza della Giustizia, rimanendo fedele fino in fondo alla Legge di Dio e confidando nella sua Misericordia. Non ha mai perso la sua fiducia e la sua speranza in Dio, consapevole che la sua Giustizia è più grande e onnipotente. Ha combattuto la sua buona battaglia con la Fortezza,  lottando contro il male, e scegliendo la verità e l’onestà.

 

Ora tratteremo la virtù della Temperanza.

 

La temperanza è la virtù meno compresa e la più sottovalutata delle quattro virtù cardinali, la più negata, la più derisa nella società attuale.

La si presenta come sinonimo di rinuncia, sconfitta,  castità, mentre consiste in un atteggiamento molto più ampio e comprensivo dell’anima umana: quello di saper istituire un rapporto equilibrato e armonioso tra la sfera dei beni naturali e quella dei beni soprannaturali. Cioè saper indirizzare le scelte umane, i propri sentimenti, le proprie tendenze a Dio.

Essa è la virtù che ci rende capaci di moderare i nostri istinti, tenendoci capaci di stare lontani da quei piaceri disordinati,  assicurandoci “ il dominio della volontà sugli istinti”. Quindi ci rende capaci di  frenare le lusinghe, la superbia, gli egoismi, l’immoralità, la corruzione.

 

Tutto è vostro, – dice san Paolo – ma voi siete di Dio!”. Proprio questa realtà importante la virtù della temperanza vuole produrre nella nostra esistenza. Tutte le cose create sono belle e buone, e quindi attraggono l’uomo, ma esse non vanno ricercate e usate smoderatamente, ma con gioioso equilibrio, perché possiamo realmente comprenderle e goderle. La temperanza ci aiuta a diventare padroni della nostra volontà, così da mantenerci nella disciplina della Grazia, e non nella vita disordinata del peccato.

 

Quali caratteristiche ha portato questa virtù nella vita umana e spirituale di Francesco II di Borbone? In che maniera egli ha esercitato questa virtù?

 

Innanzitutto attraverso l’umiltà, questa virtù morale che modera la tendenza dell’uomo alla presunzione e alla vanagloria. Essa è ispiratrice di verità nel cuore dell’uomo, quindi in questa virtù questo nostro Re ha saputo sempre leggere con vericità la propria esistenza, avendo una retta conoscenza di se stesso, senza mai lasciarsi corrompere dalle vanità e dalla presunzione. Da questo si comprende il suo amore al nascondimento e il disprezzo delle cose mondane. Egli sapeva benissimo che tutto il bene che c’era in lui veniva da Dio. La stessa “corona”, ricevuta per Volontà di Dio e per il bene del suo popolo, non era strumento di grandezza e di potere, ma era quella “croce soave”, che lo chiamava ad amare e servire la sua gente.

 

Proprio l’umiltà, come ci insegna la Sacra Scrittura, è la chiave che apre alla  grazia, e il fondamento di ogni virtù, perché «Dio resiste ai superbi, ma dona grazia agli umili». (1 Pt 5,5).

 

In questa umiltà e obbedienza alla Volontà di Dio, questo saggio Re aveva posto le radici del suo governo e della sua vita, consapevole, come ci insegna Sant’Agostino, che non si può costruire saldamente una casa, senza abbassarsi a costruire saldamente le fondamenta.

 

Non ebbe paura quindi di accettare umiliazioni e persecuzioni, consapevole che Dio “rende giustizia ed esalta gli umili”, sapendo accogliere ogni cosa con pazienza e mansuetudine, cosciente di volere essere realmente limpido e puro di cuore agli occhi di Dio.

 

Proprio in quest’armonia di un cuore puro seppe vivere con serenità, senza mai ostentare grandezza, superbia, irriconoscenza, rancori. La virtù della temperanza lo portò ad essere mite, generoso, uomo di pace, di misericordia e di perdono, capace di saper leggere oltre il male, consapevole che solamente attraverso il bene e le opere buone si poteva costruire una società migliore. Quale virtù può essere più grande di quella di saper mettere da parte se stesso, i propri interessi, il personale potere, per amore del suo popolo, della sua gente?

Ci fanno riflettere le sue parole: <<Sono un Principe vostro, che ha sacrificato tutto al suo desiderio di conservare la pace, la concordia, la prosperità tra' suoi sudditi. Il mondo intero l'ha veduto: per non versare il sangue ho preferito rischiare la mia corona>>

 

Molti continuano a giudicare le sue scelte come debolezza, ma .invece dimostrano proprio la grandezza e la profondità di un’anima illuminata e temperante. Ed è proprio lui a darne testimonianza, cosciente di aver fatto la scelta del bene.

 

<< nella sincerità del mio cuore, non potevo credere al tradimento [...] In mezzo a continue cospirazioni, non ho fatto versare una sola goccia di sangue, e si è accusata la mia condotta di debolezza. Se l’amore più tenero per i sudditi, se la confidenza naturale della gioventù nella onestà altrui, se l’orrore istintivo del sangue meritano tal nome, sì, io certo sono stato debole.

“Al momento in cui la rovina dei miei nemici era sicura, ho fermato il braccio dei miei generali, per non consumare la distruzione di Palermo. Ho preferito abbandonare Napoli, la mia cara capitale, senza esser cacciato da voi, per non esporla agli orrori d’un bombardamento".

 "Ho creduto in buona fede che il re del Piemonte, che si diceva mio fratello e mio amico, che si protestava disapprovare l’invasione di Garibaldi [...] non avrebbe rotto tutti i trattati e violate tutte le leggi per invadere tutti i miei stati in piena pace, senza motivi né dichiarazioni di guerra".

Se questi erano i miei torti, preferisco le mie sventure ai trionfi dei miei avversari>>

 

Certamente in un mondo dove prepotenza, ambizione, falsità, corruzione e ingiustizia sembrano essere la ragione dell’esistenza, il comportamento onesto e disinteressato di questo Re possono sembrare segno di debolezza, ma è proprio in questa “apparente debolezza” che si manifesta la grandezza di Dio. Lui, puro di cuore, non poteva accettare i compromessi e le illusioni di un mondo che si avviava alla morte di ogni ideale, e ha scelto di restare se stesso, padrone della propria vita, di fronte ad una società che diventava ambigua e falsa.

 

Fu un uomo sobrio e mite, sapendo ben distribuire nella sua vita l’uso delle cose. Ha saputo tenere lontano dalla sua esistenza ogni egoismo, ogni attaccamento avido alle cose, ogni piacere disordinato e fine a se stesso, sapendo camminare sulla via evangelica della mortificazione, della penitenza e della rinuncia.

 

Ne è testimonianza tutta una vita, sia come Re,che in seguito, vissuta sempre nella semplicità, nella generosità, nella carità. Tutta la sua esistenza è stata un’allenamento al bene, consapevole della sua appartenenza a Cristo Gesù. E in questa consapevolezza sapeva che il giorno del suo incontro con Dio sarebbe stato il giorno del suo ringraziamento.