Riflessione: Francesco II di Borbone La sua vita unita al Cuore di Cristo

« Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime. »  (Vangelo di Matteo 11,28-29.)

Con queste parole Gesù indica il suo cuore come modello di vita del cristiano, e il luogo privilegiato dove trovare riposo e ristoro. Infatti rimanendo uniti al Cuore di Cristo noi possiamo fare il bene, e quindi realizzare la nostra vocazione alla santità, che in Cristo Gesù trova la sua fonte.

 

Da qui l’origine della devozione al Sacro Cuore, che trova il fondamento biblico in San Giovanni, che parlando del cuore trafitto di Cristo sulla croce, dice: “volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37). Ecco perché è bella e opportuna la devozione del Sacro Cuore di Gesù, celebrata con una festa proprio nel mese di giugno, che esiste ormai da lungo tempo nella fede dei cattolici, e che ha meritato l’attenzione e il culto non solamente dell’umile popolo, ma  di papi e sovrani, di intellettuali e teologi, di laici e clero.

 

Il Cuore di Gesù, che viene adorato, perché è l’organo umano non disgiunto dalla stessa persona Divina del Verbo, e perché esso rappresenta lo stesso amore di Gesù Cristo, che  si è offerto  ed è morto per noi.

 

Una devozione antica, che trova già impulso nel tardi medio evo, e che si svela poi, in maniera straordinaria, nella rivelazione all’umile suora visitandina francese Santa Margherita Maria Alacoque , andandosi diffondendo largamente nel XVII secolo, grazie all’opera del sacerdote San Giovanni Eudes,   e del Beato Claude La Colombiere e dai suoi confratelli della Compagnia di Gesù. 

 

Nelle sue rivelazioni, che Gesù fece alla semplice suora francese, egli volle manifestare proprio la preoccupazione del Buon Pastore, che va alla ricerca della sua pecorella smarrita. Tempi difficili si aprivano per la Francia e il mondo,  proprio per le idee nuove che andavano a diffondere nel cuore dell’uomo indifferenza e irriverenza alla religione. Quelle idee che sfociarono poi in maniera cruenta nella rivoluzione francese, e nelle tante piccole o grandi rivoluzioni,  che trovarono sfogo tra il XVIII e  XIX secolo. Quindi questa devozione al Sacro Cuore di Gesù si pone come difesa della purità della fede, e come strumento di riparazione ai mali che sfociavano dagli errori rivoluzionari.

 

 

Anche nel Regno delle Due Sicilie, inizialmente per l’opera missionaria del grande Sant’Alfonso M. De Liguori, il santo controrivoluzionario, e poi  attraverso l’impegno pastorale e caritativo di San Gaetano Errico e di San Ludovico da Casoria, questa pia devozione è andata alimentando la fede di molti, entrando a pieno titolo nella corte napoletana.

 

Il nostro Francesco II di Borbone, ha abbeverato la sua profonda fede proprio a quel Cuore Santissimo, che non si è disdegnato di offrirsi con il suo amore ai giusti e ai peccatori. Quindi davvero la fede di questo Re, differentemente da come ha voluto far credere certa storiografia falsa, non è bigotta, quasi fatalista e superstiziosa, ma una fede robusta, cristologica, fondata proprio sulle due fondamentali devozioni della Chiesa, quella dell’Amore Misericordioso di Dio che nel Cuore di Cristo manifesta tutta la sua attenzione per l’umanità, e sulla fede eucaristica, mettendo al centro della sua vita proprio l’Eucarestia, che è la presenza viva e vera di Gesù nella storia. “Io sarò sempre con voi”, la promessa di Gesù, che si realizza proprio nel Sacramento dell’Altare, dove durante la celebrazione della Santa Messa, Cristo perpetua ancora il suo sacrificio di amore per l’umanità.

 

Francesco di Borbone non ha mai mancato di dare alla Santa Messa il primo posto nella sua vita, e anche nel difficile momento di quella guerra ingiusta, che dovette subire senza volerla, invitava i suoi soldati a non disertare mai il precetto domenicale, rimanendogli egli stesso fedele nel pericolo e nelle difficoltà,  persino  sotto i terribili bombardamenti di Gaeta.

 

 

 

Questa fedeltà ha continuato a mantenere nei suoi anni di esilio, fino alla morte, ed è bella la testimonianza che lascia di lui il parroco di Arco di Trento, Mons. Chini. Ogni mattina il Re è presente nella bella Collegiata, seduto al suo posto, e partecipa alla Santa Messa con grande semplicità e devozione, accanto agli umili e ai poveri contadini, senza ostentazioni, cibandosi poi di quel Gesù, che diventa tutt’uno con lui.

 

Poi con la stessa partecipazione, ogni sera è presente all’adorazione e alla recita del santo rosario, che certamente si concludeva con la benedizione eucaristica. Tutto qui il segreto della fede di Francesco II, un rapporto costante e fedele a quel Cuore Eucaristico di Gesù, che trasformava sempre più la sua vita, fino a santificarlo.

Ha davvero nel proprio cuore, seguendo la massima paolina, gli stessi sentimenti del Cuore di Cristo, imparando sempre più, dalle stesse prove della vita, quella mitezza ed umiltà che rendono l’uomo impavido. Certamente nelle idee del nuovo mondo, lontano da Cristo,  il forte è colui che calpesta l’altro. Egli invece, fedele al Vangelo, e cosciente che la sola forza reale viene dal bene che si compie e dal rispetto verso l‘umanità, è stato davvero un mite di cuore, avendo per tutti sentimenti di carità, di compassione, di equità. Benevolo verso tutti e pronto al perdono e alla comprensione, ha vissuto sempre la sua autorità, anche in esilio, da uomo giusto.

 

Infatti il mite non è l’uomo pauroso, incostante, pusillanime, che si nasconde nel momento del pericolo, ma colui che sceglie coraggiosamente di costruire la pace con la giustizia, la non violenza, il dialogo e la lealtà. Colui che domina le sue passioni, per costruire con pazienza e sopportazione una società poggiata sul diritto, sulla giustizia, nella verità. Il mite è l’uomo della tenerezza, quella stessa tenerezza del Buon Pastore che cerca la sua pecorella. Questa mitezza è nel Re Francesco II di Borbone, che ha scelto il Bene come fondamento della sua esistenza.

 

E come il Cuore di Cristo, anche lui vuole essere umile e disponibile a fare la Volontà di Dio, sempre. 

Infatti ha vissuto la sua autorità proprio come servizio. Egli è consapevole che la sua regalità viene da Dio, e che quindi non può che accoglierla seguendo la massima evangelica: << Chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti >> (Mc 10, 43-44). È forte in lui questa convinzione, al punto che sin dall’inizio della sua ascesa al trono non ha fatto altro che realizzare opere che potessero servire al progresso del suo popolo.

 

Questa vita spirituale ha continuato a mantenere, sviluppandola ancora maggiormente nel suo esilio, rifuggendo da ogni inutile vanità e scegliendo di vivere nel nascondimento e nell’umiltà, e proprio modellandosi al Cuore di Cristo, nella carità.

Nel tempo proprio dell’esilio questa  sua devozione al Cuore di Cristo  trova maggiore impulso, e in Francia, dove è vissuto per lungo tempo, si fa promotore di una Confraternita dedicata al Sacro Cuore, in memoria degli eroici caduti della controrivoluzione, alla quale aderiscono molti ex zuavi pontifici francesi. Egli fa richiesta al Cardinale Place di istituire questa Confraternita nella Cappella de la Basse Motte, in Bretagna, e questi solennemente erige tale Confraternita, consacrando la cappella stessa al Sacro Cuore, il 3 giugno del 1891. Lo stesso Re Francesco è  presidente onorario di questa Confraternita.

 

Certamente la sua devozione al Cuore di Gesù, lo porta a vivere ancora più intensamente le sue virtù cristiane e la sua devozione eucaristica, restando fedele alla promessa della comunione riparatrice. Nei momenti di difficoltà e di grande sofferenza, proprio su quel Cuore egli può appoggiarsi, e trovarvi  riposo e ristoro, E certamente la promessa di Gesù non è venuta  meno verso questo suo servo fedele, che ha vissuto  la sua esistenza unito al Cuore di Cristo,  aprendogli le porte del cielo quel 27 dicembre del 1894.

 

Dopo aver ricevuto la sua ultima comunione terrena ed essersi affidato alla misericordia di Dio, perdonando e chiedendo perdono, consapevole che è vicina la sua liberazione, si assopisce  serenamente, come in un colloquio con Dio, e certamente dopo aver invocato come la sua beata  mamma  i nomi dolcissimi di Gesù e Maria, chiude la sua esistenza terrena, consapevole, come egli stesso più volte aveva ripetuto, di andare al  soggiorno della gloria di Dio, per inchinarsi dinanzi alla sua Volontà e ringraziarlo.

 

Un esempio quindi per noi, da seguire e al quale fare riferimento, perché come questo buon Re, che seppe mantenere il suo cuore semplice  ed umile,  unito al Cuore di Cristo, anche noi possiamo tenerci, attraverso una vita cristiana coerente, uniti a quel Gesù che è il nostro Salvatore.